Cartoline dalla Versilia

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2° classificato – III Concorso Nazionale di Narrativa 2019

di Alessandro Tugnolo


Un aggiornamento dai mondiali di calcio in corso in Francia. La Nigeria è pervenuta al pareggio grazie ad una papera di…CLICK!

Click? Come Click? Porco Giuda, non poteva aspettare un attimo prima di spegnere la radiolina?

Gli occhi lanciavano saette, la bocca contratta in una smorfia di disappunto, Alessandro guardò l’uomo seduto al tavolino di fianco. Quello non fece una piega e si rimise a leggere il Corriere della sera. Il calcio non era il primo dei suoi interessi, evidentemente.

Alessandro invece era tifoso da quando a cinque anni i suoi genitori l’avevano portato a vedere il Novara. Quella squadra era la sua croce e delizia, in verità più croce che delizia, visto che arrancava in quarta serie da tempo immemorabile, navigando a vista nei bassifondi e rischiando seriamente di finire tra i dilettanti. La squadra del cuore è come l’amore, soleva dire lui, nella burrasca o va tutto in vacca oppure il legame si rinsalda. Dopo mille traversie l’amore per il Novara si era cementificato. Passava nove mesi all’anno da tifoso, mangiandosi il fegato e sacramentando allo stadio o davanti alla radiolina. Finito il campionato poteva rilassarsi e, ogni due anni, c’era l’appuntamento imperdibile, come il pellegrinaggio alla Mecca per un maomettano o la gita all’Oktoberfest per un bevitore di birra.

Mondiali o europei.

Manifestazioni che poteva seguire in tutta rilassatezza senza dover rischiare gli venisse un colpo ad ogni partita, visto che non parteggiava per nessuno, nemmeno per la nazionale italiana, patriottismo zero. Fosse stato per lui si sarebbe tranquillamente potuto tornare all’epoca dei Comuni.

I confini del mondo erano dove stavano i cartelli con la scritta “Novara” sbarrata da una riga rossa che segnalavano l’uscita dal territorio urbano. Un metro dopo aver oltrepassato quei segnali stradali soffriva già di nostalgia. Al di là vi era il mondo sconosciuto, come se quei cartelli fossero delle colonne d’Ercole, oltre le quali lui si spingeva molto raramente e molto di malavoglia, solamente se ci era costretto da impegni inderogabili oppure per seguire la squadra in trasferta, quando sentiva meno acuta la nostalgia, forse perché troppo preso dal seguire l’andamento della partita.

Quel 1998 era uno degli anni santi. Mondiali in Francia, quindi non c’era il rischio di dover fare levatacce notturne a causa del fuso per vedere le partite come era successo quattro anni prima, quando si erano disputati negli Stati Uniti. Cercava di seguire tutti gli incontri di quelle manifestazioni internazionali, in televisione o, male che andava, per radio.

Degli ultimi due mondiali aveva perso solamente un incontro di Italia 90, perché si era lasciato trascinare ad una riunione del movimento studentesco, proprio lui che di politica se ne era sempre fregato. Aveva compreso da subito di aver fatto una cazzata. Quell’Argentina-URSS zero a zero ce l’aveva ancora sullo stomaco dopo otto anni.

Il mondiale del 1998 invece era iniziato bene. La partita d’esordio l’aveva vista tutta sul posto di lavoro.

Era assistente domiciliare presso una famiglia dove c’era un novantenne arzillo come se avesse avuto vent’anni in meno. Le necessità del vecchietto erano limitate all’essere aiutato per lavarsi e ad essere accompagnato durante le sue passeggiate quotidiane. Se necessitava bisognava scaldargli la cena nel microonde quando figlio e nuora erano fuori casa. Alessandro e l’allegro anziano si erano goduti la cerimonia di inaugurazione e Scozia -Brasile.

Il giovane sapeva però che di Francia 98 avrebbe perso qualche partita, bene che fosse andata l’avrebbe sentita a spizzichi e bocconi per radio.

Lo sapeva da un mese circa, da quando lei era entrata nella sua vita, in punta di piedi, con l’educazione che la contaddistingueva. Avevano occasione di vedersi solamente al sabato, perché gli altri giorni erano intasati dalla scuola di lei e dal lavoro di lui. La domenica lei, figlia di genitori separati, la dedicava allo stare insieme a sua mamma.

Non se l’era sentita di tirarle il pacco per una partita. Povera ragazza, non gli chiedeva mai nulla, si accontentava di stare insieme a lui anche solamente qualche ora, a passeggiare in centro, a gironzolare in macchina senza una meta o ad andare a mangiare un gelato come quel pomeriggio. Non l’aveva detto ancora, ma era evidente che si stava innamorando.

Alessandro si sentiva già abbastanza in colpa, ci mancava solo di aggiungerci il no non ci vediamo perché c’è Spagna-Nigeria…certo che se quell’uomo al tavolino avesse atteso un attimino a spegnere la radio…giusto per sapere chi aveva fatto la papera e quanti minuti mancavano alla fine! Va bè, si sarebbe arrangiato con la tv, visto che all’interno del bar ce n’era una accesa.

“Sembra ieri che ho iniziato la terza ed invece giovedì prossimo ci consegnano già le pagelle”.

La voce di lei lo distolse dai suoi pensieri pallonari. L’occhio abbandonò l’espressione truce assumendo uno sguardo tenero, mentre sulle labbra si dipinse un dolce sorriso che sostituì la smorfia rivolta poco prima all’uomo della radiolina.

“Hai già un’idea di tutti i voti o ti aspetti qualche sorpresa?”, chiese lui.

“Tutti sette e otto. Sono curiosa di vedere che media mi metterà di mate, visto che ho sette e mezzo. Certo, se fosse otto sarei più contenta, ma se fosse sette non ne farei una malattia”, rispose Laura senza alzare gli occhi dalla sua coppa di gelato.

“Brava, brava”, mormorò il giovane.

Avesse visto la sua di pagella, quella di terza ragioneria, le sarebbero venuti i capelli bianchi dallo spavento.

Più che una pagella era un bollettino di guerra. Qualche sufficienza, una marea di cinque, un paio di quattro e un tre in chimica, ciliegina sulla torta, tanto per non farsi mancare niente. La notevole intelligenza di cui l’aveva dotato madre natura era bilanciata da un altrettanto notevole voglia di non studiare. Un otto c’era, seppure quello in condotta, perché lui, nonostante non si impegnasse, l’odio viscerale per un sistema scolastico ipocrita e nessuna idea su cosa ci facesse in una scuola per futuri ragionieri, non era uno che piantava casino. Entrato in classe sedeva, gomito sul banco, una mano a sorreggere la testa e l’altra a scarabocchiare vai a sapere cosa su un blocknotes, partendo per un viaggio nel suo mondo senza rompere i marroni a nessuno.

Comunque era stato bocciato. Bocciato che più di così non si poteva.

Suo padre aveva iniziato a friggere e gli era aumentato il prurito alle mani.

Sua mamma si augurava fosse solo un incidente di percorso, o perlomeno lo sperava.

Speranza vana, come si era visto un anno dopo.

Laura alzò lo sguardo su di lui, che ogni tanto piombava in silenzi dei quali solo lui conosceva il motivo. Lei in poco tempo che si frequentavano se ne era già accorta domandandosi dove finisse lui in quei momenti senza sapersi dare una risposta.

“Perché sorridi?”, gli chiese notando la sua espressione.

“Niente, ricordi”, sospirò.

La ragazza tornò a dedicare la sua attenzione al gelato.

Si erano conosciuti qualche mese prima, per un caso fortuito del destino.

Laura, studentessa di terza liceo classico, più matura della sua età, aveva interessi insoliti, impegnati, le solite balle da adolescenti non la interessavano e per questo veniva un po’ lasciata in disparte dai compagni di scuola. Aveva messo su una rivista locale un annuncio in cui cercava i cosiddetti “amici di penna”, giusto per conoscere qualcuno con cui parlare senza sentirsi sempre una mosca bianca.

Alessandro, un giorno che aveva accompagnato l’arzillo vecchietto dal barbiere, stava sfogliando svogliatamente una copia di quella rivista e, più per curiosità che altro, aveva risposto all’annuncio. Abitando nella stessa città avevano deciso di incontrarsi e si erano trovati da subito in sintonia.

Lui aveva la gaiezza e la loquacità di Clint Eastwood ne “Lo straniero senza nome”, in poche parole sottoterra, alternate ad attacchi di goffaggine alla Hugh Grant. Una miscela che aveva sempre inorridito le donne, dalla cui maggioranza veniva etichettato come un imbranato portarogna.

Laura, al contario, si era dal primo momento invaghita di lui, trovandolo una persona speciale, che sapeva districarsi in mezzo ai guai grazie alla sua ironia e, soprattutto, autoironia.

Lei era carina, gentile, molto educata e, cosa rarissima per le ragazze della sua età, timida e seria. Chi li vedeva insieme supponeva fossero una coppia.

Una bella coppia. Ben assortita come poche volte capita.

La differenza di età non era un problema, in primis perché non la si notava, in secundis perché non si trattava che di una manciata di anni: ventitrè lui, diciassette lei.

Alternavano chiacchierate su libri, film, religione,amore, e mille altri argomenti, ad infiniti silenzi che non mettevano a disagio né l’uno né l’altra.

Dall’interno del bar la voce della televisione stava raccontando la partita appena terminata. Alessandro si alzò.

“Vado un attimo in bagno”, disse appoggiandole la mano sul braccio.

“Mh, mh”, fece lei che si stava beando di quei momenti insieme.

Le bastava un semplice pomeriggio di metà giugno come quello, seduti al tavolino fuori da un bar, insieme, e non si accorgeva nemmeno se il mondo continuasse a girare o si fosse fermato.

Appena messo piede all’interno il servizio in tv era finito, stavano parlando delle Ferrari.

Mai potute sopportare.

Quando era bambino veniva sommerso di modellini della rossa, regalatigli da suo papà, suo nonno e suo zio, tutti tifosi del cavallino rampante.

Lui così aveva scelto il giallonero Renault.

Bella testa! Bastian contrario fin da piccolo.

Sbuffando tornò al tavolino.

“Eccomi qua”, disse sorridendole mentre prendeva il suo bicchiere di chinotto ormai quasi giunto al termine.

Capo chino sulla coppa che aveva davanti, lei aveva smesso di mangiare.

Stava paciugando col cucchiaino quel che restava del gelato, una miscela bianca venata di striature amarena.

Non parlava.

“Qualcosa non va?”, domandò Alessandro.

Lei sollevò lo sguardo, l’occhio le era diventato lucido.

“Devo dirti una cosa. Non bella”, mugugnò.

Strano, grane in vista.

“Dimmi”, si predispose all’ascolto.

“Settimana prossima parto”, la voce incrinata dal magone che aveva fatto capolino in gola.

Alessandro inarcò le sopracciglia in una richiesta silenziosa di delucidazioni in merito.

“Venerdì mia mamma inizia le ferie. Andiamo quindici giorni in Versilia”, si lamentò con voce tremula.

“Eh,va beh, ci vediamo quando torni!”, un pochino brusco.

Davanti a gente che piagnucolava non sapeva mai come comportarsi, cosa dire, cosa fare.

E si innervosiva.

Laura tirò un sospiro per mandare indietro il magone.

“Andiamo a Marina di Pietrasanta. Conosci?”

Quando Alessandro sentiva parlate di Versilia gli veniva subito in mente il campionato 1990-91, serie C2 girone A, ripartenza dopo una retrocessione scongiurata dal ripescaggio.

Novara-Viareggio, una partita giocata davanti ad un folto pubblico, più di cinquemila persone, attirate oltre che dal buon inizio di campionato della squadra, anche dalla rivalità tra le due città, risalente ad incontri di hockey su pista.

Bella giornata, bel pubblico, risultato di merda, perso due a zero.

“Già sentita, ma non ci sono mai stato. Vai lì tutti gli anni?”, si informò.

“Sì, da quando sono piccola. Albergo Bellariva”.

“Eh, e allora! Ci sarà un telefono a gettoni in ‘sto benedetto hotel, o no?”, cercò di farla ragionare.

“S-sì…credo”, farfugliò Laura.

“Non vedo il problema allora. Mi telefoni. Non dico quotidianamente, ma ogni due tre giorni. Ho il cellulare, mi chiami quando vuoi, quando sei comoda tu”.

Era uno dei primi telefonini, un mattone da centocinquanta chili, niente ricarica ma bolletta ogni due mesi. Si era lasciato prendere la mano all’inizio e gliene era arrivata una che era una mazzata: un milione di lire.

Un milione erano stati i sacramenti che aveva tirato giù lui.

Sua mamma, donna ansiosa e facile al panico, aveva pronunciato un milione di “E ora come fai?” e di “Io non li ho da prestarti”.

Un milione sull’unghia era quello che gli aveva dato sua nonna per pagare la bolletta dicendogli che glieli avrebbe restituiti un po’ alla volta; per il suo amato nipote questo e altro.

Suo padre non sapeva nulla e mai avrebbe dovuto sapere, magari solamente un giorno di un lontano futuro quando il debito fosse stato saldato.

Avrebbe avuto anche lui un milione da dare, un milione di calci nel culo a quel disgraziato.

L’aveva sempre detto a sua moglie che era colpa sua, che aveva tirato su un deficiente. Ma non gli avrebbe rovinato anche il secondogenito, a crescerlo ci avrebbe pensato lui.

Figurarsi! Al deficiente avrebbe fatto compagnia un somaro.

Le parole di Alessandro l’avevano tranquillizzata, avevano sempre su di lei un potere taumaturgico. Lasciato il bar decisero di fare un giro in centro.

Corso Mazzini, piazza del Rosario, l’Angolo delle ore e poi via, su per corso Italia, una deviazione ad attraversare il Broletto dove, vestito da Arlecchino, servo di nessun padrone, batocchio in mano, fotografato dai suoi genitori, si era aggirato durante i carnevali della sua infanzia.

Una sosta alla libreria vicino al teatro Coccia, per vedere le ultime novità letterarie.

Con tutta calma giù per via fratelli Rosselli infilandosi sotto i portici in cerca di un po’ d’ombra perché, sebbene fosse solamente il tredici giugno, il sole picchiava.

Occhiate di sguincio alle vetrine senza fermarsi, troppa gente in centro a quell’ora.

Piazza del Duomo, piazza delle Erbe ed il ritorno alla macchina.

Dopo un’oretta a spasso erano davanti al portone di lei, a salutarsi con un bacio sulla guancia, con lui che la rassicurava riguardo i quindici giorni di separazione.

Alessandro salutò con un gesto della mano la mamma di Laura che attendeva il ritorno della figlia alla finestra aperta.

Non si erano conosciuti, solamente qualche saluto da lontano, ma la ragazza le raccontava tutto di quel giovane e lei sentiva di conoscerlo abbastanza bene. Laura non le contava balle e lei aveva l’occhio clinico. Si era fatta l’idea di un bravo ragazzo, come ormai ce n’erano pochi in circolazione. Non sapeva però che lui aveva il terrore del tempo che passa e la convinzione che fidanzamento, matrimonio e figli avessero il potere di peggiorare le cose.

Paolo Ciribin, juventino sfegatato, portinaio dello stabile dove abitava Alessandro, quando lo vide arrivare sporse la testa dal suo sgabbiotto.

“Ale, hai visto la partita?”, urlò.

“No”, grugnì il giovane.

“Dovevi vedere che cappella Zubizarreta!” (ecco di chi era stata la papera di cui parlavano in radio) “Poi un africano ha tirato una sventola da fuori, un gol boia! Tre a due, dé…la Spagna l’ha preso in berta!”

Il miniresoconto dell’incontro era stato introdotto, concluso e inframmezzato da bestemmie.

Era abitudine dell’uomo infarcire tutti i suoi discorsi di porconi, come se senza di essi le sue frasi risultassero incomprensibili. Non si trattava di maleducazione o mancanza di ripetto verso il Padreterno. Semplice questione di sintassi.

Le cartoline iniziarono ad arrivare frequentemente con cadenza regolare.

Se non fosse stata una cosa impossibile si sarebbe detto che Laura le avesse spedite ancora prima di partire per Marina di Pietrasanta.

Erano le solite cartoline, un po’ datate, con panorami di spiagge, centri storici, vedute delle cittadine versiliesi, tutto rigorosamente anni sessanta.

Dietro ad ognuna la ragazza scriveva frasi che di persona non aveva mai avuto il coraggio di dire.

Il risultato era una raccolta di “Mi manchi”, “Ti voglio bene”, e simili.

Sul retro di una aveva spiegato ad Alessandro che si era fatta accompagnare da sua mamma a Forte dei Marmi a comperare un telefonino, così non avrebbe consumato quintali di gettoni. Aveva scritto il suo nuovo numero su di una cartolina.

Beata incoscienza di gioventù!

Mettere il suo numero lì, nudo e crudo sotto gli occhi di tutti quelli che avrebbero maneggiato la cartolina prima che questa arrivasse a destinazione. Roba da essere tempestata di telefonate di maniaci depravati e rompiballe in vena di scherzi. Fortunatamente non era successo nulla.

La timidezza di Laura svaniva quando parlava al telefono. Si sentiva protetta dalla lontananza per parlare di argomenti che a quattr’occhi non aveva mai avuto l’ardire di affrontare.

Iniziò a disquisire di sentimenti, a parlare di progetti, del lavoro dopo il liceo e di quel bilocale sfitto, tanto carino quanto economico, che si trovava al piano sopra quello dove abitava lei.

Per iniziare sarebbe stato perfetto, tanto finché fossero stati solamente loro due…

Alessandro ascoltava e taceva, pronunciando solo qualche “sono qui” quando lei, stupita di quel silenzio, veniva assalita dal dubbio che fosse caduta la linea e se ne usciva con un “ci sei?”.

Alla quinta telefonata su quell’andazzo, a sentirsi parlare di programmi futuri con tutta quella fretta, al giovane erano venuti i sudori freddi, l’affanno e anche un po’ di dissenteria.

Si era acceso una sigaretta per calmarsi, mentre sorbiva una limonata, vero toccasana per il suo intestino che aveva reagito istantaneamente e in malo modo a quei discorsi.

Come leggenda vuole che accada a chi sta per passare a miglior vita, gli erano sfilate davanti agli occhi immagini, non del passato ma di un possibile futuro.

Il matrimonio, un lavoro di merda, perché il vecchietto arzillo non faceva Matusalemme di nome e, senza un diploma, vi erano molte possibilità che l’impiego successivo fosse di merda; i pomeriggi del sabato passati a fare la spesa, magari in un centro commerciale, le domeniche, il Natale e la Pasqua a cena dalla suocera.

Senza contare poi il figlio che sarebbe arrivato.

La prima parola, il primo dentino, il primo giorno di scuola, la prima morosa; quell’essere si sarebbe divorato i suoi anni e lui si sarebbe ritrovato in un batter di ciglia vecchio e rincoglionito, più di quanto già era, sempre che qualche accidente non fosse arrivato a portarlo via prima.

L’interminabile abbraccio di Laura al suo ritorno dalle vacanze dava l’impressione che non fosse lei a tornare dopo quindici giorni di mare ma lui, e non dal mare.

Dal fronte.

L’immagine che dava di sé non era infatti distante da quella di un reduce dalla trincea.

Il viso tirato e un lieve pallore erano il risultato delle ultime notti insonni passate a rimuginare sui recenti discorsi della ragazza.

Lei intuì qualcosa, si fece largo nella sua mente la motivazione di quei silenzi che Alessandro cercava maldestramente di tenerle nascosti.

Laura iniziò a starci male e di conseguenza a cercare di proteggersi.

Con la sua usuale educazione, senza recar disturbo a nessuno, in silenzio, senza chiedere spiegazioni perché nulla c’era da spiegare, senza sceneggiate napoletane; piano piano diradò gli incontri allontanandosi da lui un passetto alla volta, faticosamente, fino a scomparire dietro il sipario, lasciandolo solo sul palcoscenico di quella sua vita del cazzo, a recitare le sue paure davanti ad una platea vuota.

Spentesi le luci di scena Alessandro, dopo aver lottato col polveroso velluto rosso, riuscì a guardare dietro le quinte e udì il silenzio.

Lei se ne era andata.

Si sentì in colpa. Era la prima volta che in amore era carnefice e non vittima ed il ruolo non gli era piaciuto per niente.

Ad interpretare l’agnello sacrificale era ormai abituato, a giostrare nel ruolo del cattivo bisogna esserci portati, anche se in fondo lui non aveva fatto nulla di scorretto.

Non le aveva raccontato balle, non le aveva fatto promesse che non avrebbe mantenuto, mai messo un dito addosso, roba che altri al suo posto, approfittando del fatto che lei fosse ormai innamorata cotta, l’avrebbero imbesuita di storie e, dopo tre zompi in un letto, è stato bello grazie tanti saluti. L’unica colpa che si dava era quella di non essersi innamorato di lei.

Pensava che alla base di un buon rapporto di coppia l’innamoramento fosse indispensabile, altrimenti si cominciava con il piede sbagliato e a lungo andare le beghe sarebbero venute a galla. Voleva proteggere entrambi da un futuro di merda.

Passarono giorni, diventati settimane e poi mesi, senza che lei si facesse sentire.

Alessandro voleva prima o poi chiederle scusa per quel suo averla fatta soffrire.

Le risposte le avrebbe date, come sempre, il tempo.

Ivanhoe e Il ritratto di Dorian Gray erano due libri che gli erano stati più imposti che consigliati dalla professoressa di italiano durante la sua fallimentare esperienza come futuro ragioniere.

Il secondo non l’aveva nemmeno preso in mano, il primo l’aveva iniziato e finito dopo quindici pagine: troppi personaggi, troppo palloso.

“Se vuoi che Alessandro faccia una cosa digli di non farla, mentre se vuoi che non la faccia digli di farla”. Questo diceva sua mamma, l’unica che avesse compreso in minima parte cosa passasse in quella testa sbilenca.

Il libro di Oscar Wilde l’aveva letto quando gliene era venuta voglia e gli era pure piaciuto.

Ora, dopo averlo lasciato a prendere polvere sulla libreria per anni, era giunta l’ora di Sir Walter Scott e del suo Ivanhoe.

Mentre lo spolverava ne uscì una cartolina: “Baci da Marina di Pietrasanta”. Sul retro un “Mi manchi, non vedo l’ora di tornare. Laura”.

Il senso di colpa latente tornò a mordergli la bocca dello stomaco dopo un anno, tanto era passato dall’ultima volta che l’aveva vista. Decise che era arrivata l’ora delle scuse.

Eliminata la soluzione della telefonata che avrebbe creato solo imbarazzo, andò sul classico. Approfittando della Festa della donna imminente ordinò un mazzo di mimosa al quale unì un biglietto con scritto semplicemente “scusami” e la firma.

Trentamila lire, compresa la consegna a domicilio.

Non si aspettava chissà cosa, desiderava solamente che lei sapesse che era dispiaciuto.

Passati cinque giorni trovò nella cassetta delle lettere un bigliettino col quale gli dava appuntamento per il sabato successivo in centro, alle tre del pomeriggio, come una volta.

Una panchina sull’Allea, di sotto il traffico del sabato pomeriggio, gente che si scannava per un parcheggio.

Stava fumando schifato da quello spettacolo, in attesa.

“Ciao”, non “Ciao Alessandro” come aveva sempre fatto.

Si alzò e, ,voltatosi, se ne accorse subito. Gli occhi.

Verità sacrosanta che gli occhi sono lo specchio dell’anima.

Quelli di Laura dicevano che si era avvolta in un bozzolo che l’avrebbe protetta almeno un po’ dai colpi della vita, come quello dell’anno prima, quando aveva subìto la sua prima, vera, grande delusione.

Ci era stata male, malissimo.

Doveva difendersi, soprattutto durante quell’incontro che avrebbe potuto riportare a galla tutto ciò che faticosamente per un anno aveva cercato di reprimere, di cacciare in un angolino del cuore, come una cosa che non serve più.

Questo era stato il suo amore per quel ragazzo.

Semplicemente una cosa che non era servita, perché purtroppo lui le voleva bene, ma non era mai riuscito ad innamorarsi di lei.

Fu un incontro breve, una mezz’oretta.

Parole vuote su argomenti futili, la scuola, il lavoro, cose così.

Quando Alessandro cercò di chiederle scusa lei lo interruppe con un gesto della mano.

Non gli attribuiva colpe, non c’era bisogno di scuse.

Glielo fece capire con lo sguardo, senza bisogno di parole inutili.

Si lasciarono dopo un succo di frutta e un Crodino, senza promesse vane, senza darsi appuntamenti che sapevano benissimo non ci sarebbero più stati.

Due baci sulle guance. Il loro addio.

“Vuole il dolce, o magari un gelato?”,chiese il cameriere che si era avvicinato al tavolino.

Melone, anguria, fragola e limone.

Il melone forse, l’anguria l’aveva sparato a caso, ma limone e fragola era sicuro.

Il gelato che aveva preso lei il pomeriggio di Spagna-Nigeria, mondiali 1998.

Sollevò lo sguardo dal bicchiere dove stava guardando i riflessi dei suoi pensieri nell’acqua minerale.

“No, grazie. Pago il toast e la bottiglietta d’acqua”, rispose al cameriere.

Un boccata d’acido gli salì in gola. La ricacciò giù a fatica.

Il cambiamento del turno in quella fabbrica del cazzo gli stava rovinando l’appetito, la digestione e lo stomaco.

Di gran lunga meglio il seidue. Una volta a casa hai ancora quasi tutto il pomeriggio davanti. Quando fai giornata e finisci alle cinque ti rimangono commissioni da fare, arrivi a casa trafelato, una doccia, un attimo di riposo e si fa l’ora di cena, poi un po’ di tv e infine crolli addormentato ed è mattino.

Ora di ricominciare.

Due coglioni che la metà basta.

Prima di uscire dal locale si voltò per l’ultima volta verso la sala ristorante. Il tavolo all’angolo.

Lei stava lì, una mano a cingere la vita di un bambino sui due anni che teneva sulle ginocchia, l’altra sul tavolo. L’uomo seduto di fronte a lei gliela stringeva.

Laura non l’aveva visto. Meglio così.

Sorrideva.

Sembrava felice.

Alessandro non voleva cadere nel tranello dei “se fosse stato”. Scacciò lontano quel pensiero.

Al mondo non esistono più fosse, tutte riempite dal senno di poi.

Uscito dal bar ristorante la pesantezza dell’afa gli tolse il fiato.

Prima settimana di luglio.

La maggior parte della gente in fibrillazione per l’imminente partenza per le ferie.

Forse anche lei, con il bambino e suo marito o chiunque fosse quell’uomo.

Forse montagna.Forse mare.

Magari proprio a Marina di Pietrasanta.

Il far trascorrere lentamente le ore negli oziosi pomeriggi estivi, un gelato seduti al tavolino fuori dai bar, una passeggiata sul lungomare nelle miti sere di riviera, la frescura in pineta.

Cartoline da spedire.

Lo fece una ragazzina innamorata tanti anni fa.

Saluti dalla Versilia.

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