Descending Angy

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Descending Angy

di DANIELA BIGOTTA

Era una stradetta col selciato rattoppato in più punti e ciuffi d’erba che spuntavano dalle fenditure. La chiudeva un viottolo di terra battura che s’infilava nella campagna affollata di corvi, dove i riverberi del caldo si confondevano con l’orizzonte. Poco o nulla trapelava dalla fila dei villini color osso, tutti attaccati gli uni agli altri e con le persiane protette da solide sbarre di ferro. Se non fosse stato per una voce di donna che cantava da un vano pieno della sua solitudine, si sarebbe detto di trovarsi in un paese-fantasma. 

La villetta della veggente si distingueva dalle altre non solo per la siepe ordinata dei gelsomini che correva lungo la recinzione. In fondo al giardino c’era un melo affollato di gatti intorpiditi dalla calura che, giorno dopo giorno, una processione di infermi di cuore aveva buttato come censi oltre l’austero cancello per poi dileguarsi nel buio. In fin dei conti, erano in molti a sapere che per la veggente gli animali erano entità sacre e, dunque, perché non approfittarne?

Mi ero appena accostata al cancello, quando un gatto dagli occhi lunari emise un miagolio rauco, che radunò un coro di lamenti striduli e dissonanti.

Quasi subito udii cigolare la porta e, sulla soglia, comparve Viola. L’osservai con stupore. Non mi spettavo un viso dall’espressione talmente solare, tondo e pulito come quello di un bambino e incoronato da un caschetto di capelli bianchi, con la frangetta che faceva risplendere occhi neri come tizzoni. Mi ero immaginata una donna dalle forme angolose, la chioma ingarbugliata la veste frusciante, un ideogramma tatuato in mezzo alla fronte che avrebbe potuto significare qualsiasi cosa. Viola era invece minuta, vestita con un abitino blu fiorato di giallo e, anche se in lei tutto appariva essenziale, nel suo corpo fremeva un’energia che l’avrebbe resa riconoscibile in mezzo a una folla. Era così tenera, mentre mi mi si avvicinava, seguita da una processione di gatti che le intralciavano il passo!

“Hanno tutti un nome?” le domandai.

Lei mi studiò per un breve momento. Poi mi strinse forte la mano e, mentre annuiva, mi fece strada verso l’ingresso. 

Era un vano ampio, con un divano marrone ingombro di cuscini e di gatti che emettevano miagolii minuscolo, simili a un parlottio sommesso. Appesi alla parete di fronte, c’erano due quadri a olio piuttosto grandi dov’era raffigurata una ragazza dagli occhi ardenti, il viso incorniciato da una chioma dorata e le guance rosa come gli abiti che indossava. Mi avvicinai per leggere la firma dell’autore e non mi meravigliai di vedere una V puntata, seguita dal cognome di Viola.

“Era mia figlia – disse lei sorridendo – Tuttora lo è”. 

Un commento didascalico che mi colpì come una sferzata Come faceva, quella donna, ad essere talmente serena? Mi sentivo anormale a e davanti a lei come fulminata, coi pugni chiusi e gli occhi bassi, alla mercé di una tempesta emotiva che faticavo a controllare.

Mi stavo vergognando di tutto quello che si era scatenato dentro di me, quando Viola mi prese una mano e, bisbigliando parole rassicuranti, s’incamminò al piano di sopra.

Anche la mansarda era diversa da come avevo brevemente immaginato. Nessun tavolo a tre gambe, nessun catino di terracotta e neanche candele bianche, pendolini, simulacri, libri dal titolo oscuro.

Era un locale dal soffitto inclinato, con una finestrella dalle persiane socchiuse, i muri tappezzati con carta stampata a roselline sbiadite. In un angolo c’era una chaise-longue in broccato giallo e, contro la parete di fronte, un pianoforte a coda con il coperchio sollevato.

“Lo suonava mia figlia” disse Viola, con una punta d’orgoglio nel tono di voce.

“Accomodati” aggiunse.

Ci sedemmo una di fronte all’altra su due poltroncine identiche tra loro e divise da un tavolino basso, coperto da una semplice tovaglietta di lino bordata di frange.

Viola non sembrava aver fretta di sapere il motivo della mia visita. Se ne stava in silenzio passandosi una mano nell’altra, mentre il sole che scivolava lungo la linea dell’orizzonte le illuminava una parte del volto con l’unico raggio che filtrava tra le persiane socchiuse.

 Poi, d’un tratto, disgiunse le mani e la sua voce riempì il locale.

“Dovrei sapere il nome di chi vai cercando. Il nome, nient’altro”.

Nonostante il raggio di sole fosse sceso a illuminarle una spalla, i sui occhi brillavano di una luce argentata come il mercurio. Erano occhi pieni di conoscenza da cui non riuscivo a staccarmi e, mentre continuavo a guardarli, mi accorsi che il silenzio parlava e che i pensieri danzavano nel locale come grappoli di ombre in attesa di venire acciuffate. 

“Angy era il nomignolo. In verità si chiam…”

“Mi basta” mi interruppe lei, parlando con voce che sembrava provenire dall’alto.

Non potevo perdere il sangue freddo, stavo dicendomi quando, nell’animo, si insinuò una sensazione che mi mise i brividi addosso. Era come se Angy stesse riaffiorando dalle tenebre per riflettersi brevemente sull’unico specchio e acquistare vita propria. Ero consapevole della sua assenza corporea, eppure mi parve che ci stesse rintracciando con lo sguardo per poi camminarci intorno mentre ci leggeva negli occhi e nel cuore. Stavo forse impazzando, pensai. Il mistero mi aveva soggiogata e galleggiavo sulle sue onde in stato di completo abbandono. Una considerazione che non migliorò affatto le cose, tant’è che mi parve che Angy ci stesse fissando da un angolo del locale con occhio vivido e attento, andando poi a stendersi sulla chaise-longue, cullato da un insieme di respiri profondi, palpiti, rumori furtivi. Non capivo in quale tempo mi stessi trovando, in quale dimensione. Provavo un’intensa sensazione di freddo e mi accorsi che Viola s’era stretta nelle spalle e che teneva le braccia incrodiate sul petto.

“Lo sto vedendo – disse, guardandomi negli occhi ma restandosene immersa nella sua visione – Era cocciuto, testardo, introverso, ma possedeva una tempra che non l’ha abbandonato neanche nei momenti più critici”.

Viola conosceva anche i dettagli, era tornata indietro nel tempo, sembrava contemplare la vita di Angy standosene nascosta dietro il tronco di un albero o affidandosi a una condizione incorporea, priva di spazio e di tempo. Nessuno avrebbe potuto capire la sua trasformazione e penetrar il mistero. C’era ancora quella sensazione di freddo, dentro la stanza e, mentre la guardavo senza levarle gli occhi di dosso, compresi che i brividi che la percorrevano l’avevano condotta in un mondo superiore. Pur avendo la certezza che mi stava vedendo concretamente e non nella mia forma più astratta, mi chiesi se fosse ancora in grado di udirmi. E fu per districarmi dal dubbio che le posi un’altra domanda:

“Qual è stata la causa esatta della sua morte?”

Lei non si scompose. Rimase rannicchiata nella poltroncina, la testa sprofondata nel velluto dello schienale, ma non sembrava immersa nei sogni e il suo sguardo era vigile e sin troppo acuto. E, con una naturalezza che mi stupì, cominciò a raccontare:

“La sua epilessia era causata da un tumore cerebrale che l’aveva reso cieco e inabile, senza tuttavia intaccare l’intelligenza emotiva. Lui non voleva saperne di morire, era consapevole del vuoto in cui ti saresti venuta a trovare. Di conseguenza, ti capitava di sorprenderlo mentre camminava radente le pareti, fallendo però i suoi tentativi, tranne la volta in cui te lo sei trovata improvvisamente dietro alle spalle, immobile come un leone di pietra, mentre ti stava fissando dritto negli occhi nonostante la cecità”.

La rivelazione era al suo culmine e non c’erano vie d’uscita. Viola era stata presa per mano da un’entità complice e s’era lasciata condurre in un regno senza né spazio né tempo. Mentre riflettevo sui suoi straordinari poteri, mi accorsi di non percepire più alcun respiro, nessun palpito, niente. L’aria era tornata umida e calda, e in un silenzio diventato compatto, era come se i battiti del mio cuore stessero risuonando per tutta la stanza. 

 “Sei venuta da me per sapere se la sua esistenza ha avuto un seguito, non è così? – domandò Viola, leggendomi nel pensiero – Quando torni a casa, osserva con attenzione l’immagine che fa da sfondo al tuo

PC”.

Le lanciai un’occhiata interrogativa e lei aggiunse:

“Erano mesi che non facevi che ripeterti che Angy era già morto da vivo. In verità stava solo cercando di sottrarsi a un richiamo che sapeva irrevocabile”.

Ero soffocata dalla commozione.  La storia in abbozzo ridava vita a Angy e, mentre ripercorrevo caoticamente i paragrafi più salienti della sua esistenza, cercavo di trattenere dentro di me il suo coraggio, la sensibilità, l’orgoglio di fronte alla vita, l’invisibile presenza della morte che s’aggirava tacita intorno a lui. 

Sei proprio sicura che sia sfrecciato verso il Paradiso?” domandai con apprensione.

Viola tacque, e in quel silenzio sorrise.

“Ho capito: vuoi la prova regina – mi disse – Sì, puoi averla. Basta che tu riaccenda dopo tanto tempo la tua vecchia radio a valvole, sintonizzandola sul fruscio prodotto dalle onde corte”.

Quelle parole mi fecero andare il sangue alla testa. Ma, pur disorientata, accennai un sorriso che lei ricambiò dicendomi andrà tutto bene. 

Era tardi, quando scendemmo da basso tra un concerto di miagolii ispirati dalla fame e, se Viola non mi avesse rivolto uno sguardo esasperatamente sereno, mi sarei messa a piangere. 

Il rumore dei miei passi risuonava muto lungo il viottolo illuminato dalla luce rossa del tramonto, con gli uccelli che volavano bassi all’orizzonte e le parole di Viola che mi vorticavano nella mente mescolandosi al desiderio di fare dietrofront per chiederle di rivelarmi quel che si prova a vivere sospesi tra il cielo e la terra. Invece, sostai con lo sguardo sui gelsomini che respiravano nell’aria stanca della sera e spalancai la portiera dell’auto.

Il sole declinava verso un orizzonte livido e, nel ciel attraversato da sottili incrinature rosate, una stella lucente e smarrita annunciava la notte. La strada era deserta e il silenzio della natura mi induceva ad approfondire le parole di Viola mostrandomi continuamente i suoi gesti, le pause, i sorrisi. Uno stato meditativo che s’infranse di colpo quando mi ritrovai nel frastuono della città brulicante di luci forti e di gente che andava e veniva. Stavo per riappropriarmi della mia casa senza più identità, una tana rassicurante e pericolosa, dove i ricordi mi sarebbero saltati addosso ringhiando. Tuttavia, sentivo che l’incontro con Viola aveva smosso le mie radici nel giro di qualche ora, ravvivando emozioni tenute a debita distanza e che solita chiamare codardia, ma che erano null’altro che pura e semplice esaltazione. Avevo vissuto quasi vent’anni con un compagno devoto m ma dall’indole complessa, dove non mancavano zone inesplorate e segrete. cui Viola aveva accennato intenerendosi a mano a mano che procedeva nel racconto. Quel pomeriggio avevo fatto scorta di conoscenza e, pur senza volerlo, mi avventurai in riflessioni molteplici che conducevano lungo percorsi tracciati nelle profondità del mio essere, dove la fantasia spaziava assumendo contorni percorsi da vibrazioni sottili e suoni equilibrati. Forse si trattava del mondo in cui Angy mi aveva permesso di entrare. 

Come avevo previsto, la mattina ero piena di sonno e senza un filo di verve. Tuttavia, ripensando a Viola, entrai ben presto in uno stato di trance in cui sentivo spalancarsi una porta via l’altra e, fu dopo aver percorso una lunga serie di corridoi, che mi accinsi ad affrontare la prima, particolare esperienza di quella giornata.

Seduta alla scrivania, attesi che sullo schermo dl PC apparisse l’ultima fotografia che avevo scattato a Angy. Si trattava di un primo piano che dava risalto ai suoi occhi lucidi che mi scrutavano con una dolcezza che sconfinava nella devozione, era come se lui stesse esprimendo il desiderio di continuare a vedermi e farmi capire che la sua morte non avrebbe interrotto la nostra complicità. Lasciai correre un dito sullo schermo accarezzandogli il naso e la fronte, e provai poi ad addentrarmi delicatamente nel suo sguardo. Sulle iridi verdi era impresso un riflesso luminoso che, a prima vista poteva rappresentare un’infinità di cose, non la finestra che gli stava di fronte nel momento dello scatto e nemmeno me, intenta a immortalarlo. Continuando a guardare sentivo aumentare il turbamento, ero sempre più soggiogata da qualcosa di magico che mi aleggiava intorno e che pure continuava a sfuggirmi. Intanto, mi sembrava di percepire l’odore di Angy, lo vedevo rantolare nella sua agonia umiliata, stavo inesorabilmente scivolando nel suo mondo interiore. Qual era l’arcano cui s’era riferita Viola? In quel momento ebbi un sussulto e posai una mano sul cuore. Su quegli occhi che sembravano trafiggere i miei, non vibrava un riflesso qualunque, ma qualcosa di ultraterreno che cancellava la logica del mondo. Ingrandii l’immagine e, subito, il cuore si mise a correre come in un galoppo. C’era un angelo con quattro ali bianche spalancate verso l’alto, su quelle iridi, un angelo vestito con un peplo luminoso, la vinta cinta da una cintura dorata e una corona di occhi sfavillanti di luce e di pace. Nella sua cecità, Angy aveva visto gli angeli volare, ne era attorniato. Come avevo fatto a non accorgermene? Non ero mai stata sola, in quella casa, gli occhi di Angy non avevano mai smesso di diffondere una luce che sembrava affiorare dalle viscere di u regno in fin dei conti non troppo lontano. Ero lì, quasi senza respirare, quando la stampante si mise in moto in modo autonomo e, poso alla volta, vidi un’altra immagine di Angy corrermi incontro come un bambino che ritrova la via di casa. Era una fotografia non così recente, che avevo dimenticato nella stampante almeno due settimane prima che lui intraprendesse il suo viaggio più misterioso. Lì, il suo sguardo era reso indecifrabile dal ramo di un abete pesante di neve, era come se lui volesse negare all’obiettivo la verità segreta della propria esistenza. L’espressione di Angy era infatti sovente ombrosa, diffidente, il suo temperamento mercuriale e talora esasperante, o troppo chiuso o troppo espansivo.  Continuai a guardare e, intanto, sentivo le tempie pulsare e le guance pungere come per una fiammata. 

Avrei buttato giù un boccone, mi dissi, e sarei poi passata al secondo atto, quello dell’accensione della vecchia radio Fidelio. A dire il vero, ero troppo tesa per avere fame e, se prima era la malinconia a nutrirmi, ora ero sazia dei fatti prodigiosi cui avevo appena assistito. Continuando a ripetere tra poco, vagai per la casa cercando di stare alla larga da tutto, comunque intrigata da ciò che non sapevo ma che volevo trovare. Mi sentivo tra due fuochi, era come se stessi per compiere qualcosa di disdicevole, molto simile a una profanazione. Se da una parte speravo di incappare in qualcos’altro di sorprendente, dall’altra mi auguravo di imbattermi in un fallimento. Non presi infatti alcuna iniziativa e, quella sera, mentre me ne stavo semi-seduta sul letto, con a luna che mi  guardava dai battenti dischiusi, mi disi che i prodigi di cui ero stata testimone, potevano bastarmi, che ero arrivata dove volevo: Angy si specchiava nella vastità del Cielo e, a modo suo, mi aveva fatto capire che avrei dovuto cancellare molti ricordi perché, altrimenti, avrei ricominciato a confrontarmi ogni giorno con un male che esclude, che intrappola. La prova-regina non era così necessaria, stavo pensando. Ma ecco che trattenni il respiro. Il foularino appeso alla pediera, si mise infatti a fluttuare standosene aderente al letto, era come se l’occhio divino che stava tessendo la scena avesse fatto in modo che Angy si movesse evanescente intorno a me per poi scomparire con la rapidità della magia. Ero scivolata a capofitto in un altro mistero e semplicemente mi dissi che i poteri di Angy, forse anche quelli che mi aveva trasmesso Viola, erano così forti da poter creare inimmaginabili energie. Ero così intenerita dia primi prodigi del compagno perduto, che non era il caso di correre ancora una volta il rischio di farlo viaggiare per portarlo sin lì, lui che per tanto tempo non era mai uscito dal guscio della sua stanza. Pensando a questo, precipitai in un sonno a soprassalti ma, d’improvviso, sbarrai gli occhi nel buio. Nel sogno che avevo fatto, l’umile cassa di Angy splendeva vuota sotto un raggio di sole, soltanto foderata da un telo di lino bianco. Verso il fondo era posata una margherita di stoffa identica a quella che custodivo da anni in una scatoletta dorata posata sul comò. Non ricordo chi me l’avesse regalata ma, di sicuro, si trattava di qualcuno che mi aveva voluto bene.  Il messaggio era di facile decodificazione: Angy non spartiva più niente con la vita terrena e voleva che la smettessi di pensare al suo povero corpo che stava marcendo sotto un mucchio di terra. Il suo ultimo dono era una margherita, simbolo dell’amore fedele, dell’innocenza. Ero felice e commossa ma, al tempo stesso lo sentii nuovamente distante, stabile in un territorio lontano anni luce dal mio e di cui ben poco sapevo. Di conseguenza, mi trovai nuovamente concentrata sulla sua assenza e, nel mentre, sentivo i ricordi sfondare una barriera via l’altra per poi mettersi a pulsare di tutti i colori, i suoni e le emozioni che si portavano appresso. In quei momenti avrei preferito che, nel mio cervello, s’instaurasse una qual sorta di anarchia, l’impazzimento di tutti i neuroni. Come avrei potuto separami da Angy se i ricordi erano il ponte levatoio che avevo gettato sulle rive di un passato che non può ritornare? Consapevole della mia ossessione, mandai al diavolo il timore di compiere qualcosa di dissacrante e, senza più remore, andai a sedermi davanti alla radio, girai la manopola dell’accensione, premetti il pulsante delle onde corte e attesi. Se non fosse stato per il canto di un merlo al di là dei vetri della finestra, il silenzio era lo stesso di quando Angy se n’era andato portandosi appresso un lacerante urlo di addio a me e al mondo. Ciononostante non desistetti e, navigando in un’angoscia secca, priva di tremiti e batticuore, girai la manopola avanti ed indietro, sobbalzando alla voce confusa di qualche radioamatore che cercava di crearsi uno spazio in un sottofondo di segnali radio sempre uguali, simili al rumore di un acquazzone o al brusio di una moltitudine di api. Intanto, il tempo passava senza che succedesse un bel niente. Che ne sapevo, io, di bande, onde, frequenze e quant’altro? Quella radio aveva sempre rappresentato per me nient’altro che un soprammobile di pregio, un ricordo di famiglia. Prendendomela con la mia inettitudine ma anche con Viola, che mi aveva dato un consiglio fallace, allungai una mano per spegnere la radio ma, prima che il gesto venisse compiuto, dalla radio affiorò un suono che andò ad amplificarsi fino a cessare com’era venuto. Subito dopo, eccone un altro, fresco e leggero, che vibrò sempre più vivido e chiaro.  Era una briciola di saluto, un …iao seducente e non così remoto che riempì la stanza e il mio cuore, il cielo e la terra. Seguì un brusio accompagnato dalle note verticali, sfumate e sottili, di quello stesso saluto, sceso dall’alto come una stella filante che risale poi lentamente, allontanandosi da un ambito pieno di nostalgia. Un’esperienza che dava le vertigini, ma anche la certezza assoluta e completa che Angy non aveva smesso di esistere. Non solo: con la sua energia, era riuscito un’altra volta a convincermi che quel paradiso di cui dubitavo, esisteva anche per lui.

Il contatto mediatico era pienamente riuscito e, abbagliata dalla scintilla della verità, sentivo dentro di me una forza tranquilla, una coesione tra me e l’infinito che mi induceva a valutare ogni cosa con sguardo diverso, ormai più che sicura che ogni essere vivente, umano, animale o vegetale che sia, è un tassello che compone la mappa dell’universo. Altresì ero pienamente convinta del fatto che, un giorno, Angy e io ci saremmo ritrovati integri e intatti, pronti a vivere il nostro sogno eterno.

Da allora, non mi aggiro più nel dubbio e ho smesso di temere l’assalto dei ricordi consapevole che, con la sua dipartita, Angy non mi ha lasciata in balia della solitudine, ma di una presenza più forte del vento e delle galassie.

Angy o, meglio: Butterfly’s Moon, il mio bel gatto bianco sceso dal Cielo, che è riuscito a sfatare la dottrina avventata e qualunquista secondo la quale gli animali sono privi di anima e destinati a un macroscopico Nulla. 

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