Il rumore del cuore

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Il rumore del cuore

di Giuseppe Bianco

(‘O rummor  ‘ ro cor)

Goffredo

Chi lo conosce giura e spergiura che lui non è stato fatto in casa.  Non è stato partorito tra mura domestiche come si usava nei lontani e favolosi anni sessanta. Si veniva al mondo in posti poco formali dove forse l’igiene era una parola un po’ grossa, ma tra stracci bolliti, la levatrice, un padre che fumava fuori ed i vicini che lo aspettavano, c’era  sicuramente un mondo d’amore.  Un bel biglietto da visita per un’incipiente vita.

Non era però, sempre  a detta dei suoi scaltri conoscenti,  neanche nato nella camera  asettica di un ospedale, dove da tempi definiti moderni, gli uomini hanno cominciato ad avere il loro ingresso nel mondo. Tutto sterile, igienico, ma dove appena il neonato viene fuori trova persone in mascherine, non ci sono i vicini ad aspettare e nemmeno il padre a fumare fuori. 

Si racconta che nacque  in un salotto dell’alta borghesia.  Mentre usciva del ventre materno, ascoltava già con furbizia discorsi di economia mondiale, di borse che salivano e scendevano, e di un Pil che nelle migliori delle ipotesi rimaneva stabile.

Non c’erano i vicini, e se il padre  avesse fumato, lo avrebbero denunciato per avvelenamento di minori. Non c’erano nemmeno le persone con una maschera visibile, ma quelli che c’erano, avevano  il viso e i pensieri nascosti bene da un’ipocrisia innata.

Stando sempre alle dicerie, non si ritrovò né in un ambiente strapieno d’amore e nemmeno in un ambiente asettico. Lui nacque nel bel mezzo di un discorso economico, in un’ipotesi di calcolo.

“Il bambino pesa tre chilogrammi e mezzo, moltiplicato per la sua lunghezza, svilupperà in un bel cucciolo d’uomo. Cresciuto secondo i crismi dell’alta società e della nostra santa madre economia,  lanciato nella corsia preferenziale di una rigida e sana educazione, diventerà un altro valido pilastro della nostra grande ed evoluta società.”, disse il vecchio saggio con lo smoking  ed i capelli bianchi mentre lo tirava  fuori dalla madre, sistemandosi  gli occhialini sulla punta del naso.

Sia i bambini fatti in casa che quelli nati asetticamente non appena si ritrovano al mondo piangono, lui uscì dalla madre con uno sguardo furbo e circospetto, girava gli occhietti semichiusi  in tutte le direzioni, guardava tutti e non pianse, capì subito con chi avrebbe avuto a che fare.

Fu tirato su con la più rigida disciplina possibile, con calcoli, previsioni, somme, conti da far quadrare. La parola emozione non rientrava nel vocabolario di quel piccolo sergente di ferro e dei suoi crudeli e severi istruttori. 

Si era fatto qualche scopata, giusto per sfogo fisico. Era troppo preciso e perfetto per poter permettere a una donna, all’imperfezione,  alla poca asetticità del sesso, di farsi spazio nella sua vita: non aveva mai vissuto in funzione di un amore, pur avendone uno per parvenza, non aveva mai sentito battere il suo stesso cuore.

Goffredo non ha mai amato davvero una donna, poiché nessuna delle cortigiane dell’alta borghesia  della minchia, incipriate, ipocrite, rifatte e truccate fin dentro le mutande era mai stata ritenuta, da lui, alla sua altezza.

Goffredo era un freddo calcolatore.

Carmela

I genitori di Carmela erano analfabeti, non conoscevano l’italiano, la matematica e nemmeno i preservativi. Nonostante avessero già cinque figli, dopo una notte d’amore e nessun calcolo concepirono Carmela. Venne fuori così all’improvviso, come un fiore di campo selvatico.

Quando la madre lo disse al padre: “Guagliò … sono di nuovo incinta.”. Il buon uomo, che per campare raccattava ferro vecchio usato, per mostrarsi duro rispose: “ ‘Nata vota ‘e che cazzo!”. Però poi compiacendosi di nascosto fu felice,  pensò tra sé e sé tanto dove mangiano tre, mangiano pure quattro.

Così Carmela cibata da poco pane, ma da tanto sole e amore venne su bellissima e raggiante e luminosa e colorata e …bellissima, che dire di più!?

Un fiore colorato nel grigiore del deserto, si notava da lontano, saltava agli occhi. Cominciò a diventare donna,  con la sua maliziosa ingenuità esibiva innocentemente  le sue grazie. Tutti le cascavano dietro. 

La volevano conoscere, fidanzarsi, le promettevano l’eternità, anche quelli che a stento riuscivano a mangiare tutti i giorni.  Come un fiore innaffiato da tutti, stava bene con se stessa  e con gli altri, si sentiva felice così. Del vicolo dietro l’aeroporto lei era la stella, il fiore, la figlia del Ferrovecchio. La figlia del vicolo e voleva bene a tutti quanti, a tutti quelli che ogni giorno, non potendo altro, le regalavano forse la cosa più bella: un sorriso vero!

 E però l’amore, stu cazz r’ammor di cui così tanto aveva sentito parlare, ma cos’era davvero? Anche lei nonostante tutti i colori non aveva mai sentito ‘o rummor ro cor, ma in 

compenso ascoltava rapita il rumore degli aerei, giacché anche non dovendo partire, entrava tutti i giorni nell’aeroporto e si incantava a guardare gli aeri prendere il volo. 

Quando Goffredo nota Carmela (in aeroporto)

La vide apparire bellissima e mora, portata su dalla scala mobile  verso le departures .

Ho letto un libro, non ricordo quale, in cui l’autore affermava che il momento più bello di una storia d’amore è proprio un momento prima che la storia inizi, quando ci si rende conto, si ha la sensazione forte e veritiera  che tutto può succedere. Ecco questo accade quando quell’angelo gli apparve davanti portato su dalla scala mobile. 

Qualcosa mise quel calcolare del suo cervello in stand by. Si dimenticò del ritardo dell’aereo,  del giorno perso da passare a Napoli, da lui considerata Africa del nord, il quarto mondo. 

Le persone intorno non erano altro che  uno sfondo in movimento, solo lei l’immagine rallentata in primo piano aleggiante nell’aria.

Gli sguardi si incrociarono, come se si riconoscessero, rabbrividirono. In quel preciso momento Goffredo capì che  tutto poteva ancora accadere. La sensazione forte,  veritiera di potersi strappare da dosso il cellophane e la gabbia trasparente sua carceriera. Ebbe l’improvvisa impressione che la vita non si riducesse  solo ad  un libro di corrispettivi, non fosse solo una storia  di entrate e di uscite. Non di certo  una regola noiosa e triste, né  il cimitero dei sogni, bensì un grande luna park.

Guardò la sua delicata caviglia lasciare l’acciaio della scala mobile per proseguire il cammino sul rigido  pavimento. Goffredo con la  ventiquattrore in mano, rimase fermo sul posto. Girò lentamente la testa per non perdere il filo lasciato dal sorriso di lei.

Si muoveva con la nobiltà, lo stile di una cavalla. I suoi movimenti tanto sensuali e spontanei da sembrare studiati. Si allontanò di qualche metro prima di distogliere lo sguardo da Goffredo, che per non perderla nella scia delle persone cominciò a seguirla dimenticandosi di sé,  della sua importanza nell’economia mondiale,  della cortigiana incipriata e finta che lo aspettava a casa.

Galleggiava sulla scia delle sue morbide sinuosità. Si rese conto che la bellezza  non è nella perfezione. Trascinato dallo sguardo di lei che a tratti si voltava, quasi ad assicurarsi di essere seguita. Proprio lei che  tutti i giorni evitava le schiere di corteggiatori a Capodichino. 

Goffredo cominciò a pensare a una scusa, a un pretesto per rivolgerle la parola. Non essendo abituato ad inseguire trovò molta difficoltà. 

Si sentì inadeguato, e peggio ancora, era mortificato solo al pensiero di ammetterlo a se stesso, abituato a vincere,   a prendersi tutto.

Gli arrivò quasi vicino, era alle sue spalle, la seguiva come un’ombra. Decise all’istante di fermarla appena fosse entrata  nel gate A1. Ma è il caso a decidere sempre gli incontri, a creare le coincidenze. Carmela, improvvisamente, non continuò la corsa, poiché non doveva partire.  Si girò per tornare indietro e  involontariamente si scontrò con Goffredo. La magia di uno sguardo che ne fagocita un altro, il mondo intorno che si ferma, quell’attimo indefinito, e poi: “Scusatemi signò” non era una  voce nobile, istruita,  truccata e fasulla di una donna del suo rango. Rimane sorpreso, deluso forse, ma per contro non riuscì ad allontanarsi da quello sguardo, da quel profumo di vita selvaggia.

“Scusi lei signora, per la fretta non mi ero accorto di esserle troppo vicino”.

“E di che? … può capitare”

Restarono lì, incatenati da sguardi figli di due mondi diversi mentre tutto intorno girava, le persone camminavano veloci e gli aerei partivano. Il re della finanza era senza parole davanti alla naturalezza di un fiore. 

“La trova una scortesia se la invito a prendere un caffè? Tanto oramai il mio volo è rimandato a domani”

Marò, addirittura ‘na scortesia?! E che sarà mai?”

“E il suo aereo a che ora parte?”

“Dottò, il mio aereo parte tutti i giorni e … je stong semp ‘cca.”

Goffredo riusciva a capirla a stento, convinto di comprende più i pensieri che le parole. Senza spiegarsene il motivo, venne tenuto al guinzaglio da quell’icona mora, da quella divina immagine che dava un immenso  valore  all’abitino che indossava; al contrario delle signore da lui frequentate, sempre incartate su misura da costosissimi stilisti. Con le sue espressioni dava valore alle sue poco comprensibili parole. Non si nascondeva  dietro astrusi e grossi paroloni, anche perché non ne conosceva. 

Decisero che il caffè lo avrebbero preso fuori dall’aeroporto. Goffredo accettò con piacere, proprio lui che  ci era volato tante volte da Napoli, ma   per paura o per antichi retaggi, non si era mai abbassato a visitare quella  città del Nord Africa. 

Chiamò un taxi,  partirono verso il loro primo caffè. Nonostante a Carmela quel taxi sembrasse la carrozza di Cenerentola, ed era la prima volta in vita sua,  si accomodò con la disinvoltura di una vera regina, con la soavità di un fiore che sboccia al rallentatore.  

Tra Napoli e una favola

“Io mi chiamo Goffredo”

“ A me tutti mi chiamavano  Carmen, ma gli ho fatto togliere ‘o vizio. Io mi chiamo Carmela, ‘so nata nella strada accanto all’aeroporto, ma cosa ci azzecco io con ‘sta Carmen. Il nome non finisce nemmeno ‘Carmen’ come se ci mancasse l’ultima lettera. Dottò il mio nome è bello, è carnale, è doce comm a nu cucchiain ’e zucchero, Carmela”.

Quelle sue espressioni non eleganti, ma colorate,  naturali furono la palese testimonianza di un incontro, non  tra un uomo e una donna, ma tra due mondi diversi: quello tenuto su da panciere, trucco e push-up  e quello verace, senza trucco e senza inganno.  Un universo naturale, variopinto, vivo, colorato. Da prendere o lasciare, da vivere o continuare ad ignorarne l’esistenza.

Il contrasto, la diversità tra i due mondi c’era  ed era grande ed evidente, e per la prima volta in vita sua,  Goffredo ebbe l’impressione, stranamente piacevole, di essere  assorbito da quello di lei.

Napoli, la Napoli popolare: Spaccanapoli, Rione Sanità, piazza Mercato, la Duchesca, la Maddalena. La Napoli di Carmela scorreva  piano davanti ai loro occhi come una fiction in tivù. Il grande Loffredo sceso tra la gente comune sentiva nuovi odori, osservava i colori,  ascoltava i suoni della vita vera. La vita che vive  sentendo più forte la gioia, i dolori, le lacrime e i sorrisi. Sente il rumore delle voci, il gridare dei pescivendoli che alluccano, il baccano del traffico, i motorini che sfrecciano. Davanti agli occhi di Goffredo un nuovo film, scene di vita  tanto reali da non sembrargli vere.

La vita dei fiori che con naturalezza, con la loro forza si risvegliano tutte le mattine, solo con l’ascolto  di qualche parola buona. Con la semplicità del gorgoglio di una macchinetta del caffè. Ignorando l’attuale  percentuale di  pil e con la  felicità non misurata dallo spread. Indifferente al saliscendi  delle borse.

Una vita in cui il sentimento, inteso come quello che si sente è un valore assoluto; il volersi bene, viversi, accettarsi per come si è,  è un comandamento, una verità dalla quale non si prescinde.

Gli autobus pieni con le persone che viaggiano sul predellino attaccati all’ alluminio dei pali, contrapposti ai suoi viaggi in taxi con l’aria condizionata;  Le precarietà  contrapposta alle certezze.

A quelli che vendono calzini, ai parcheggiatori abusivi, ai venditori di sigarette. Goffredo non  aveva mai immaginato che  la vita vera passasse  anche da lì.

‘O per e ‘o musso, il cibo venduto per strada come in Marocco. La voglia di condividere il quotidiano, il presente. La speranza  di un futuro migliore, il dubbio di un futuro certo. Davanti a Goffredo  c’era una vita nuova:  un divenire fatto di sogni da realizzare e di vere speranze, e nello stesso istante c’era ancora la sua solita vita divisa in schemi, di utili e di perdite, a prescindere dai sogni.

Ma si può prescindere dai sogni? La vita si riduce ad una semplice operazione matematica? Numeri da sommare o sottrarre, è questa la vita?

Si può progettare tutto su quello che sarà, senza sapere se effettivamente ci saranno ancora giorni da vivere?

Tra i colori di una città che ricominciava a vivere ogni giorno Goffredo si  chiedeva questo.

Carmela aveva sempre vissuto cogliendo l’attimo con semplicità.  Vissuto senza se e senza ma, tra  le persone che standole accanto tutti i giorni, non la facevano mai sentire sola,  le davano la certezza che mai nulla le sarebbe mancato.  

Perdendosi in tutte queste colorate, calde e nuove sensazioni non si accorsero del calare della sera. Un altro giorno era passato ed era di nuovo notte int ‘o  paes ‘do sol.

Il tassista troppo chiacchierone  li riporta  all’aeroporto.  

“Grazie Carmela” le disse Goffredo: “Sei stata davvero gentilissima e di compagnia. A parte l’avere un’ altra immagine di tutto, non so come avrei fatto a resistere qui un giorno. Tu mi hai dimostrato il contrario. Sono stato bene tra i vicoli della vita, pur non capendo tutte le tue parole, ma ascoltando tutti i tuoi pensieri. Ho capito che molte cose importanti, forse le più importanti non sono quantificabili,  non rientrano mai nelle statistiche. Però sono quelle che fanno la vita vera. Grazie Carmela. Grazie di cuore e forse, per la prima volta in vita mia, è un grazie sincero.”

“Grazie ‘a te Goffré” Risponde Carmela: “ Mi stai dicendo ‘nu sacc ‘e belle cose che quasi mi commuovo, che quasi non notavo più tanto per me erano normali. E poi Goffré mi hai portato dentro a ‘nu tassì…ma chi ci era stata mai!”

 E come nelle migliori favole arrivò il momento dei saluti. Anche le cose improvvise, piacevoli e inaspettate finiscono.

“Domani mi parte l’aereo, ci salutiamo qui. Grazie di tutto Carmela, ti auguro tante cose belle come le sensazioni che ho provato oggi  nel quarto mondo, come lo definivo prima di te, prima di cominciare a  conoscerlo.”.

Grazie ‘a te Goffrè. Anche io ho scoperto un mondo che esce un po’ fuori dal vicolo dietro all’aeroporto.”

“Addio Carmela”

Cià Goffré”.

Il nuovo giorno,  prima della partenza  dell’aereo

Ore sei, il nuovo giorno era iniziato da un qualche ora, fuori c’era il sole, sua palese testimonianza. 

Goffredo si era  allertato al suono della sveglia, pronto come sempre ad archiviare il passato per  ripartire. 

Un nuovo giorno lo aspettava. Altri incontri di alta finanza, appuntamenti di  lavoro. Lui si sentiva pronto. 

Pronto come sempre.

Si guardò nello specchio per la barba del mattino, un grande manager la barba la deve fare tutti i giorni, per un grande manager la barba non è una cosa naturale deve essere eliminata, un grande manager deve avere la faccia liscia come  il culo di un neonato!

Goffredo prese il pennello, la schiuma e cominciò ad insaponarsi il viso. Si guardò nello specchio,  nei suoi occhi verdi vide quelli neri di Carmela. “Cazzo” pensò stringendo le labbra e socchiudendo gli occhi alla luce dello specchio:  “L’ho lasciata andare via!”.

“Maneggio soldi come se niente fosse, flotte di persone  pendono dalle mie labbra, una consorte finta e avara di capitali è il mio surrogato d’amore e io…io ho lasciato andare via una donna che mi ha trasmesso nuove emozioni positive. Sono davvero così vincente come mi sento e come mi vedono? O sono soltanto una delle tante vittime di me stesso?

La vita è un’altra cosa,  purtroppo ce ne accorgiamo sempre in ritardo: sono sicuramente  un’altra vittima di me stesso e del successo a tutti i costi.”. Mancava poco alla partenza dell’aereo, oltre i pensieri, bisognava essere pronti.

Goffredo

S’incamminò verso l’aeroporto  con la sua ventiquattrore, verso il suo cielo grigio di scadenze e di crediti da recuperare.

Carmela

Aveva  sempre creduto nel presente, in un  giorno nuovo, non aveva più speranza di incontrare lui.  Andò verso l’aeroporto con lo stesso spirito di tutte le altre mattine,  solo per vedere il suo solito aereo partire.

L’aeroporto

Lui era già col pensiero a domani. Lei era lì con il suo presente. Lui avrebbe dovuto essere già lontano. Lei a guardare  il suo aereo partire.

Si incontrarono di nuovo per caso, Goffredo la guardò stupito come a dire: “Che ci fai qui?”

Lei gli rispose con la sua solita semplicità: “Guardo partire il mio aereo”.

Una piccola corsa, una speranza, un sorriso, un abbraccio.

Nella folla che scivolava via li fermò un  bacio.

La saliva, una lingua.

Una nuvola che lasciò spazio al sole.

Un altro abbraccio ed ancora un bacio.

E ancora saliva, sudore, baci.

Occhi luminosi pieni di sogni.

Mani che toccavano densi respiri.

Gente che passava nel suo frastuono.

Aerei che partivano alzandosi verso il cielo.

Per la prima volta,  l’unico rumore che finalmente sentirono  vero, forte, assordante, inevitabile … fu il rumore del  cuore.

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