Il Viaggio

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Il Viaggio

di Davide Palmarini

Matilde è qui seduta al mio fianco, bella come sempre. Ogni tanto mi stringe forte le mani. Parla e piange, piange e parla da un tempo che misurare non saprei, è un monsone di lacrime e sillabe che si abbatte sull’oceano della mia pazienza, la cui furia non accenna a placarsi.

–  Mi spiace Thomas, mi spiace veramente. Io volevo stare con te, passare la mia vita con te, Gesù! quante ne abbiamo combinate, quante risate, quanti casini, quanti ricordi, … quella volta all’isola d’Elba, insieme al gruppo degli scout, “l’ultimo che entra in acqua paga da bere a tutti”, tu fosti il primo a tuffarti e centrasti in pieno una famiglia di meduse, che sfiga cosmica, …e quella volta a Carcassone, in Francia, con Ciste e la Stefania, te lo ricordi? Ciste una sera era così ubriaco che tu apristi un cassonetto della spazzatura e gli dicesti “dai entra che sei arrivato”, e lui senza pensarci oplà!, ci si è gettato dentro con un salto stile Fosbury, impeccabile, lo avrebbero preso alle Olimpiadi, senza poi riuscire più ad uscire, ….e il Capodanno a Roma dello scorso anno, all’Esquilino? Eravamo andati al cinema allo spettacolo delle dieci e mezza, la proiezione era stata annullata, ma quelli si erano dimenticati di chiudere le porte e la voce era girata e il salone si era riempito di gente del quartiere, chi portava il vino, chi le lenticchie, chi lo spumante, chi la chitarra, chi i piatti vecchi da lanciare in strada alla mezzanotte, e abbiamo iniziato l’anno nuovo così…

E mentre accarezza con il tono della voce il tempo passato insieme io non mi limito a ricordare, rivedo tutto, come fosse un film. Un bel film, di cui sono stato protagonista. Interpretazione tutto sommato niente male, per uno che ha recitato senza copione, …

La sento sorridere, gesticolare, sta facendo surf sulla memoria. Io spero nell’onda definitiva, totale, senza fine, e spero nella sua capacità di cavalcarla. Ma è solo un attimo. Tira su con il naso un paio di volte, in silenzio, asciugando l’ennesima lacrima.

Io ho solo 23 anni, Thomas, 23 anni, mi capisci? Sono ancora troppo giovane, maledettamente troppo giovane, … ed Emilio è tremendamente….tremendamente, …affascinante.

Emilio, come no. Ha infilzato più pollastre lui che lo piedo della rosticceria di Mario giù in piazza. Affascinante, come no. 

Finirai per essere solo un numero di telefono nella sua rubrica, un’altra tacca sul suo “coso” perennemente al vento. Non un volto, non un ricordo da custodire, non un tempo da progettare, nessun sogno comune da arredare, nulla di tutto  questo. Emilio è una faina in caccia permanente di prede, un Rasputin de ‘noaltri, senza neppure l’aurea mistica dell’originale. Quando hai spento trentacinque candeline sulla torta, queste cose le hai viste e le sai. Fidati. 

Tu cosa faresti al posto mio?, mi chiede.

A parte il fatto che io al posto tuo non ci so stare, amore mio, ma che razza di domanda è mai questa? Comunque lo so cosa farei. Lo so bene, e vorrei dirtelo, ma le parole sono arrivate tutte insieme alla gola e non riescono a uscire, maledizione. È un ingorgo di emozioni e di suoni che si affollano tra l’epiglottide e il palato. Non ce la faccio.

“Fai un po’ quello che meglio credi”, penso. Ma non lo dico, non ce la faccio proprio.

Suona il cellulare, avvicina le sue labbra al mio orecchio, “scusa un attimo”, si allontana parlando a bassa voce.

Il commesso mi osserva in silenzio, il suo è uno sguardo bonario, non tradisce alcuna emozione. Vorrei scusarmi, per me, per Matilde e per Emilio, e in fondo anche per Rasputin che non merita tanto affronto,  ma quello fa un ampio cenno della mano,  “è già capitato, e capiterà ancora. Se ne vedono assai, in questo mestiere”, dice. Esibisce una pazienza sterminata, sa come mettere i clienti a proprio agio. “Provi queste”, mi consiglia porgendomi un calzascarpe, “come le sente?”

Belle al punto giusto, slanciate, moderne, ma stringono un po’ troppo il collo del piede. Non so, non sono convinto, lui intuisce, “le scarpe per un viaggiatore sono importanti, meglio andare sul sicuro”, scompare e torna poco dopo con altre tre scatole tra le braccia. Anche Matilde è tornata. Sospira.

– Thomas, amore, mi hai dato tanto, veramente tanto, lo sai. Sei stato il primo uomo della mia vita e avrei tanto voluto che fossi l’unico, ma il destino ha deciso diversamente. Io nel fine settimana svuoto casa, insieme a mio fratello. Ti prego, non ci rimanere male. Ho dato la disfetta dell’affitto, la signora Moroni ha detto che capisce, che le dispiace, mi ha detto che rinuncia al periodo di preavviso se vogliamo, …se voglio.

“Se voglio”. Bhè, del resto il contratto è registrato a tuo nome, amore mio, così avevamo deciso che fosse. Io, formalmente, sono solo stato un ospite pagante. Crudele, ma giusto.

Il primo paio non si può proprio vedere. Stivaletto con tacco, una via di mezzo tra la moda tamarra anni settanta e gli spaghetti western di quel periodo. Grazie, ma anche no. Non lo provo neppure. 

– Torno a vivere dai miei. Non sarà facile dopo tutti questi anni, ma di andare a vivere da sola ora non me la sento.

Mi domando se Emilio l’abbia mai tremendamente affascinata anche nel talamo del nostro nido. È un sospetto che mi innervosisce.  Vorrei chiederlo, ma in fondo a questo punto, che senso ha?

“Fai un po’ quello che meglio credi”, penso. Ma non lo dico.

Il secondo paio è carino ma fa troppo ufficiale tedesco della seconda guerra modiale. Siamo seri, una vita trascorsa su posizioni antimilitariste, le manifestazioni in piazza contro la guerra, l’obiezione di coscienza al servizio militare e tutto il resto, non è il mio stile. Verrei preso in giro e ce ne sarebbe di ben donde. Il commesso concorda. Rimane indifferente al soliloquio di Matilde così come l’olio di oliva versato in un bicchiere è indifferente all’acqua che lo riempie. Meriterebbe un monumento. 

– Poi volevo dirti che starò lontana per un po’. Vado da mia cugina Irene in Inghilterra, non ci sono mai stata. Mi farà bene.

Tace. Il respiro si fa profondo, ritmato.

Perchè non mi chiedi ora cosa farei? Il viaggio in Inghilterra era un nostro progetto. Avevo iniziato a lavorare la notte al mercato ortofutticolo proprio per mettere via i soldi e andarci, insieme.  Iniziato e finito nel giro di poche ore, in verità. Finito sotto una cassa di pomodori San Marzano scivolata giù dal camion, alle quattro e mezza di mattina di un venerdì. Almeno, mi pare fossero le quattro e mezza, … il medico sull’ambulanza aveva detto così. Dio, che botta che mi sono preso.

Il terzo paio è incredibilmente perfetto. Modello Dottor Martens ma più sobrio, calza che è una meraviglia, nonostante il mio mezzo numero che mi ha fatto dannare per una vita intera (..troppo piccolo, troppo grande, …), comodo come un piumone in inverno, suola tassellata tutto terreno  (non si sa mai), cuciture rinforzate. Guardo il commesso, “Ma Lei qui fa i miracoli!”, ride di gusto alla mia battuta, mi saluta per dedicarsi ad altri clienti. Io rimango ad osservarmi compiaciuto per un poco. Ma un poco soltanto.

“Matilde, qualunque cosa tu abbia deciso, in cuor mio so che è la cosa giusta. Hai ragione, hai 23 anni ed una vita da vivere. Ti amo. Sii felice, o almeno provaci, fino in fondo.”, e con queste parole mute che  si sciolgono nell’aria mi alzo in piedi. Si, le mie scarpe nuove sono veramente eccezionali. “La nostra storia finisce qui. È tempo che io vada. Io, non tu.”

I miei occhi si incrociano i suoi per un solo, lunghissimo istante. Lei ha un brivido. Non si aspettava questo, no. Non so cosa si aspettasse, ma questo no.

Matilde, Dio mio, come sei bella. 

Matilde capisce. 

Ora Emilio non c’è più. E nemmeno Thomas. Matilde è sola. 

– Rimani! Rimani qui! Non te ne andare, Thomas! Non lasciarmi sola, non lasciarmi sola, Gesù Cristo fallo per me, non te ne andareeee!!, 

le sento urlare queste parole mentre mi colpisce forte il petto con i pugni chiusi. Io vado comunque, è deciso. Scoppia un pandemonio. 

I medici entrano di corsa nella stanza d’ospedale, sento il fischio lancinante ed ossessivo delle macchine in allarme, osservo la linea piatta delle funzioni vitali. C’è un grande trambusto intorno a me. Matilde viene allontanata a fatica da due infermieri, è in preda ad una crisi isterica, sento le sue urla allontanarsi lungo il corridoio, una loro collega suggerisce di sedarla, i medici abbassano la testa in segno di resa.   Poi scende il silenzio, le macchine cessano di ronzare,  mani professionali stendono un telo verde sul mio corpo senza vita. Lo portano via, da una uscita secondaria.

Si, per avere recitato a soggetto, non ero poi tanto male. 

Quasi quasi chiedo in Direzione un impiego come attore, nella prossima vita.

Mi metto in cammino. Le mie scarpe nuove sanno già dove andare. 

Autore:

Davide Palmarini

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