L’Incanto

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  L’INCANTO

di Emilia Testa

Quella mattina, dopo giorni di sereno, il cielo si incupì. Davide, dalla finestra, guardò in lontananza la giostra nello slargo di via del Duomo; era lì da poco e ci sarebbe rimasta fino al sei gennaio. Ogni anno quella giostra veniva a ricordare alla gente che il Natale stava per arrivare. Era una raffinata impalcatura che ruotava su un asse verticale, con cavalli in legno, bianchi e bruni, bardati con eleganti nastri colorati. Erano appena le otto e mezza e già c’era un gruppo di bambini, stretti con le manine a qualche genitore o nonno, che si apprestavano a volteggiare felici. Si sa, le voci allegre dei bimbi rendono plausibile anche il cielo più tetro. Ma gli occhi vitrei e bistrati di quei cavalli sembravano recalcitranti a mettersi già in moto di buon mattino. “Forse oggi sono tristi anche loro, sentono nell’aria la pioggia imminente”, si ritrovò a pensare. 

Anche lui quel giorno, con le ossa che gli scricchiolavano e qualche linea di febbre incipiente, sarebbe rimasto volentieri a casa. Su un libro aperto a decifrare parole, alzando ogni tanto la testa, fisso su quel disegno di nuvole fredde. Più tardi, con la tazzina di caffè tra le mani, avrebbe guardato l’acciaio brillante dell’edificio delle poste in cui si rifletteva, come attraverso una fenditura, il luccichio delle giostre. Infinite tonalità di tanti variegati colori.

Ma non poteva, aveva un’urgenza di due occhi neri. Era il suo sogno a farlo desistere. Dopotutto i sogni stanno alla vita, come Dio sta alla sua immagine.

Si vestì di corsa. Aveva già sprecato troppo tempo. Non voleva perdere il treno delle nove e  venticinque che lo avrebbe portato in città. Come ogni giorno. 

Prese l’ombrello e si chiuse la porta alle spalle. Nel suo mondo fantastico la linea che separa la realtà dall’immaginazione era meravigliosamente invisibile.

Sostò nel bar sotto casa giusto il tempo di un caffè, lesse al volo i titoli di testa dei vari quotidiani esposti su un tavolo, poi guardò per qualche minuto i bambini festosi a cavalcioni di quei destrieri, ormai rassegnati, ma forse anche contenti e fieri, che quei piccoli si tenessero abbarbicati ai loro fianchi, a cercare sicurezza e stabilità, Quasi fossero dei veri cavalli. 

Si diresse con rapide falcate verso quella piccola stazione, attraversando via Mazzini, un’isola pedonale che era il centro dove pulsava la vita di quella piccola cittadina, a quell’ora già animata di voci, di richiami, di persone. Era una strada elegante, con palazzetti dalle sobrie linee neoclassiche che incutevano un certo rispetto.  Ma, a dispetto di tanta serietà, su alcune pareti di quegli edifici crescevano ridenti arbusti di glicine che, in primavera, offrivano uno slancio di rinnovata fiducia nella vita a chiunque gli passasse accanto. Come l’opportunità di una piccola gioia da condividere con altri sconosciuti passanti.

Camminò tra l’erba stentata dei giardinetti di fronte ai cancelli della ferrovia, i rumori dei clacson che gravitavano nell’aria gli sembravano solo rumori di fondo.

Si sentiva in transito, tra il non luogo di un attraversamento pedonale e la sala d’attesa della stazione. Assorbiva solo la visione del display luminoso che annunciava l’arrivo del treno. In perfetto orario. “Ecco che arriva, speriamo sia seduta sempre nella carrozza numero tre”, pensò, e vedendo il treno che spuntava dalla galleria si sentì felice. Era come un’istantanea di un giorno d’estate nel pieno dell’inverno, una speranza arrivabile, una piccola cosa a portata di mano. 

Quando salì sul vagone lei era lì, con quella sua postura silente, elegante, in una dimensione sognante che lui riconosceva perfettamente.

L’immagine di quella ragazza con un blocco da disegno tra le mani, un blocco blu, con un sottile fregio dorato che andava a creare un ricamo a losanghe sui quattro lati del plico, si distingueva nettamente dalle decine di viaggiatori immersi nel mondo virtuale dei loro cellulari e riusciva a generare in lui la più credibile delle immagini estetiche.

Davide tutte le mattine misurava i passi che dividevano il suo posto a sedere da quello della sconosciuta, il numero di quei passi poteva unirli o dividerli, nell’arco di quaranta minuti di viaggio. Nella vita è sempre una questione di fortuna.

Era una ragazza di circa venticinque anni, con i capelli biondi, lisci, che le incorniciavano due occhi neri racchiusi in un nucleo di pensieri, come se in essi si riflettesse, quieto, un bisogno disperato di confessare molte più cose di lei di quanto fosse disposta a fare con le parole.

Davide la guardava sempre di sotto le palpebre, attento a non farsi cogliere in flagrante. Aveva notato in lei una certa riservatezza quando, talvolta, l’aveva vista scambiare qualche parola con qualcuno seduto accanto a lei, mai più di tanto, e comunque sempre con distacco, come se fosse nella sua essenza il desiderio di restare sempre appartata da tutti, sotto una campana di vetro perfettamente asettica dove si sentiva al sicuro. Ma quella mattina lei alzò lo sguardo, quasi a sovvertire un codice già scardinato un’infinità di volte senza che lui se ne accorgesse. Quella mattina i passi che li separavano erano veramente pochi, tre o quattro, al massimo. 

Capita che gli incontri casuali tra estranei, quella specie di dialogo muto tra due anime simpatetiche, fatto di domande sospese negli occhi, arrivino a creare un vero discorso, dove ci si confida tutto: solitudine, noia, bisogno di cambiare, carenze d’amore, velleità artistiche, voglia di viaggiare. Dove nell’attimo di uno sguardo sono proprio le domande non fatte a venirci in soccorso.   

“Buongiorno…” – la voce della ragazza si sovrappose ai suoi pensieri, come il canto di una sirena lungo un percorso grigio e regolare – “è da un po’ che ci incontriamo su questo treno…sarà il caso di presentarci, non le pare?”   Mi chiamo Nina, ho 25 anni e studio all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Vedo che anche lei prende il treno tutte le mattine…lavora in città?”. 

“No, non lavoro da un pezzo, sono un pensionato, ma non rida…ho ‘solo’ 52 anni…però ho conservato le vecchie abitudini di un tempo e continuo a prendere il treno… Piacere, Davide”. Era leggermente arrossito. 

“Io se potessi, in giornate come queste me ne starei volentieri a letto…però io non faccio testo, sono una pigrona!”. Una filigrana di autoironia le aveva illuminato il sorriso.

“Fa bene, le confesso che anch’io stamattina sarei stato volentieri a poltrire tra le lenzuola…ma sono uscito lo stesso… avevo voglia di vedere lei…” – mentre parlava, osservava il viso della ragazza, con una tenace vertigine contemplativa.

“Vedere me? Perché mai”?    

“Per lenire le amarezze di una vita difficile. Perché dalla prima volta che l’ho vista le mie giornate hanno solo una scansione: il risveglio al mattino e il tragitto su questo treno che ci porta insieme in città. Due cose che si potrebbero definire costrizioni, invece per me sono due momenti carichi di promesse. E rassicuranti. Perché appena sono qui cerco subito la sua immagine ed è come se ci fosse una luce invisibile che illumina tutto intorno a me, come se la sua energia emotiva desse colore a tutto l’invisibile della mia vita.”

Nina restò in silenzio qualche istante. “Non è facile raccontare le emozioni…lei è bravo.”

“No, non sono bravo, anzi. Fino a qualche mese fa ero un rispettabile impiegato comunale, piuttosto solitario, un po’ strano per qualcuno, stronzo per altri… sono distratto, e anche incapace di abbinare i colori”. Guardò incantato i disegni che Nina aveva poggiato sulle ginocchia. 

“Dimenticavo…sono reduce dalla fine di un matrimonio e nel fine settimana suono il sax in un locale di piazza Bellini… glielo dico, così se qualche volta non ha niente da fare e vuole venire a sentirmi…”

Lei lo guardò dritto negli occhi: “Una tale massa di informazioni in poco tempo è roba da capogiro…”. E nello sguardo di lui colse una sfida, la sfida di un’avventura conoscitiva che chissà dove l’avrebbe portata.

“Dico sul serio, Nina… lei non lo sa ma ha cambiato la mia vita…perché mi incuriosisce, perché io colgo in lei una personalità complessa, come ero anch’io alla sua età, e forse lo sono ancora… Trascorriamo la maggior parte della nostra esistenza circondati da gente di cui sappiamo quasi tutto, e allora non cogliamo più la percezione profonda dell’emozione che ci dà il mistero, quello che non conosciamo ancora…e che vorremmo scoprire, ma non subito, perché proprio l’emozione ci permette di entrare in contatto con l’essenza degli altri. Lei mi emoziona, ecco.” 

Davide provò un piacere inaspettato nel riscoprirsi così loquace.

“Grazie…”, sussurrò Nina, come a dispiegare in quel grazie un garbuglio di reticenze. “Anch’io ho avuto modo di notarla…sempre con un libro tra le mani… La osservo di nascosto, quando lei smette di guardarmi e china la testa sul libro, e la vedo immerso nei suoi pensieri, perso tra le righe di qualche storia. O forse perso anche lei in un segreto che appartiene a un’altra vita. Un fantasma del suo vissuto. E sono sicura che lei ha ancora delle inquietudini giovanili… che lei sia un uomo tenace sotto l’aspetto del timido…”. 

Sorrise, di un sorriso aperto a cui non fece difetto una certa malizia, soprattutto quando lasciò la lingua sospesa tra i denti. Poi socchiuse le palpebre e la luce proveniente dal finestrino sembrò proiettarsi sui suoi occhi e renderli impalpabili.

Davide allora osservò il naso regolare, le labbra sottili, la fronte leggermente corrugata, cinta dall’assedio di qualche pensiero. Osservò la nudità della pelle sulle sue mani, pallide linee blu confluivano su quelle dita lunghe ornate da uno smalto rosso; osservò il suo viso, aveva tratti di estrema raffinatezza che gli ricordarono l’estetica inquietante di tante donne del cinema espressionista tedesco di inizio Novecento.

Era la prima volta che Davide si confrontava a tu per tu con quella presenza ossessiva. Per questo la perseguiva con l’entusiasmo degli illuminati, accogliendo in sé ogni attimo di quella visione come un dono inaspettato. Inestimabile.

Lei aprì gli occhi, lo guardò: “Potremmo vederci nel pomeriggio, se ti va…Davide…”.

Lo colse un senso di vertigine, Nina era passata a dargli del tu. Si sentì come un’ombra, la parvenza di un uomo che pure esisteva da cinquantadue anni, l’incessante divenire di un brivido lungo la schiena.

“Ho capito che mi piaci…l’ho capito subito…”, – continuò la ragazza – “vedi, Davide, io sono un tipo bizzarro, non mi adatto mai agli altri, ma in te colgo qualcosa di speciale, è come se nel tuo corpo fossero entrate molecole del mio corpo, e io sento che mi appartengono e che se ci rinuncio sarò sempre incompleta. Per questo spero che tu accetti il mio invito. Devo capire io chi sono e posso farlo solo se tu ti innamori di me”. 

Lasciò che lui cogliesse il suo sguardo indifeso, la bocca leggermente contratta, in attesa di una risposta.

Davide sussultò. Un leggero imbarazzo invase, insidioso, il suo viso. Compì un enorme sforzo di volontà per non arrivare fino in fondo a un pensiero che lo esaltava. 

Oltre il finestrino il brontolio continuo dei tuoni in lontananza.

“Si, Nina, si. Mille volte si…non vedo l’ora che arrivi il pomeriggio…”. Folate d’azzurro si impadronirono dei suoi occhi grigi. “Se il cuore non mi esplode in questo momento non mi esploderà più”, pensò. Tutto gli apparve così incredibile: lei era seduta di fronte a lui, le braccia sottili racchiuse intorno al plico dei disegni, eterea nel suo cappotto nero, con i lunghi capelli che le ricadevano sulle spalle. Sentì i suoi anni rotolare via come tanti oggetti inutili, e il tumulto della vita diventare stranamente quieto. 

Intanto il treno, in prossimità della città, si era riempito di gente, le voci intorno, a tratti, coprivano la magia delle loro parole, ma a Davide, seduto in diagonale rispetto alla ragazza, bastava guardarla e vedere che lo sguardo di lei restava fermo nella sua direzione, gli attraversava l’anima.

Sentì dall’altoparlante annunciare tra cinque minuti l’arrivo in stazione. Si aggrappò ai sensi. Non avrebbe voluto scendere da quel treno, alzarsi da quella poltrona, rinunciare anche per poche ore all’immagine di lei. Per quaranta minuti aveva posseduto quel luogo e ora quel tempo già si riempiva di rimpianti, di cose non dette. Non voleva che si lasciassero cosi, avrebbe voluto prendergli una mano tra le sue, fermare per un attimo il respiro per far tacere quel groviglio di emozioni che gli stringeva il cuore, ma temeva il suo ritrarsi; temeva che, con una mossa sbagliata, avrebbe potuto bruciare tutti gli istanti vissuti con lei, e che di essi non fosse rimasta nemmeno la cenere. E lei, di nuovo, si sarebbe avvolta nel suo mistero. All’improvviso il treno frenò bruscamente e rovesciò la cartella dei disegni di Nina addosso a Davide che aprì gli occhi di colpo. La ragazza si chinò a raccoglierli: erano disegni astratti, fatti di colori forti, violenti, raschiati con una spatola, in cui si amalgamavano, materici, i viola e i rossi, per poi confluire nel rovescio più liquido di alcuni tratti blu. C’era una sorta di destrezza in quelle immagini, idee ed emozioni che ti entravano negli occhi con una forza che cercava di eludere una verità che urlava.

“Mi scusi tanto”, la sentì dire, dispiaciuta e irritata, mentre cercava di raccogliere tutte le opere fuoriuscite dal plico.

Fu un attimo. Davide si svegliò dal suo torpore, guardò la ragazza negli occhi. “Di niente, si figuri”. Arrossì. Gli uscì una voce bassa, densa, come la risacca di un mare chiuso in un porto. “Ma cosa è realmente successo?”, si chiese, attonito. Era difficile pensare che fosse stato un sogno, che lei non gli avesse parlato, non lo avesse invitato ad innamorarsi di lei. Era quello il nocciolo duro sul quale si concentrava la memoria, lasciando sfuocati i contorni. Sentì affiorare un riso ironico e amaro sulle sue labbra. 

Intanto il treno aveva ripreso ad andare, con lenta progressione, ancora pochi chilometri e avrebbe esaurito la sua corsa. Davide chiuse la cerniera del giaccone, raccolse il libro e l’ombrello dalla poltrona. Alzò lo sguardo sulla ragazza, vide i suoi occhi neri fissi sui disegni. Alitò il suo respiro contro il vento, mentre scendeva dal treno, poi sorrise dentro di sé, indulgente. “Non bisogna mai perdere il senso dell’umorismo, anche e soprattutto quando si fantastica su cose che non accadranno mai”, pensò, e si lasciò inghiottire dal bar della stazione, animato di gente.

La sua voce si fece più urgente e assorbì ogni altro rumore intorno a lui quando ordinò un caffè al banco. Tracciò una spirale intorno all’ultimo tavolino vuoto, in un angolo a ridosso della porta d’ingresso. Il filo della vita restava sulla superficie del vetro dove, in controluce, si rifletteva anche la sua immagine. Aprì il libro che aveva con lui, mancava solo un capitolo e poi avrebbe scoperto se l’assassino di un noto gioielliere della Roma bene, assiduo frequentatore di ambienti gay, era proprio il ragazzo di colore col quale, tempo fa, aveva avuto una breve relazione. Pagine e pagine già lette facevano propendere per questa ipotesi, ma si sa i libri gialli sul finale riservano sempre sorprese. 

Si accorse, però, che il desiderio di scoprire chi fosse il colpevole di quel cruento omicidio non aveva più la forza centripeta di concentrare la sua mente su quelle pagine. Davanti agli occhi vedeva solo lettere smembrate che si disfacevano nello spazio intorno a lui, riducendosi a solitari, inutili segni. Chiese un altro caffè.

Intanto la pioggia aveva preso a ticchettare sulle alte finestre della parete accanto a lui, rimandando verso il basso una luce fredda, quasi metallica.

Davide provava ancora sconforto al pensiero che tutto quanto aveva vissuto fosse solo frutto della sua immaginazione. Quello che nella sua mente appariva come una realtà empirica e tangibile era da considerarsi solo un sogno, una visione, l’archetipo di un desiderio profondo. Un’epifania dell’anima.

Sentì i demoni dell’assenza che si moltiplicavano, in infinite forme, come lame che infierivano su una realtà già dolorosa. Tutti gli aggettivi con cui avrebbe potuto definire quei momenti spesi con la ragazza erano già collegati dentro la sua mente, in infinite forme, ma a chi avrebbe potuto comunicarli se non al silenzio? Cominciò a provare fastidio per la vanagloria di quel sogno.

“Sarà meglio che vada” – si disse – “farò un giro in centro, prenderò dei libri in biblioteca, piuttosto che stare qui, a perdere tempo”. 

Si destò di scatto dai suoi pensieri e la prima cosa che vide fu un sorriso lieve: “Ah, eccola qui. Volevo salutarla prima di scendere dal treno, e scusarmi… le ho fatto prendere un bello spavento…stava dormendo così bene… ma quando mi sono girata verso il suo posto lei non c’era più”.

Vicino a lui, nella luce lattiginosa dei faretti al led appesi a una serie di binari sospesi al soffitto, fluttuava la sagoma indistinta di un cappotto nero. Di un volto di donna. Sui bordi molati del tavolino Davide vide balenare due arcobaleni che sembravano filtrare dalla fiamma nera di quegli occhi che lo fissavano.

“Che bello rivederla”, le disse. Con l’ardore che sempre hanno i timidi. “Posso offrirle un caffè?”.

“Si, grazie. Prenderei anche una pasta se non le dispiace…sono affamata…”. Rise.

Lui seguiva con lo sguardo i suoi gesti. In silenzio. La gioia di averla lì, di nuovo a tu per tu, gli dipingeva il volto, scorreva nel suo stupore. La vide mangiare il dolce con voracità, come se dovesse cibarsi prima di una catastrofe improvvisa che, a momenti, avrebbe distrutto la città.  

“Ha visto come piove?”, disse, improvvisamente alterata. “Questa pioggia malefica proprio non ci voleva…pensare che nel pomeriggio ho un esame e avevo portato tutti i miei lavori con me… Accidenti, mi si bagneranno tutti…”. 

Quella frase, scandita da poche, scarne parole, fu per Davide come un segnale di fumo: “Guardi che ho un ombrello, è abbastanza grande, ci si sta in due…”. 

“Ma no, mi dispiace… lei avrà da fare…” – disse la ragazza. Ma un sorriso lieve vibrò lungo i suoi denti e deragliò in risata. “No, non è vero che mi dispiace…ho davvero bisogno di un passaggio…almeno fino all’autobus…sennò rischio di perdere due mesi di lavoro e di saltare l’esame…”. Dilatò gli occhi come a scongiurare quel pericolo.

“Allora andiamo!”. Davide si alzò, pagò il conto e le aprì la porta. Poi con un gesto rapido si si tolse il soprabito e lo avvolse intorno alla cartella dei disegni. Gli sembrò di essere in un film romantico, dove il protagonista escogita modi galanti per fare colpo sulla donna che gli ha rapito il cuore, quei film zuccherosi che sempre ti ripropongono in televisione nel periodo natalizio. Ma era felice così.

Si incamminarono verso il piazzale della stazione, nella direzione degli autobus. Davide pensò che, almeno per qualche minuto, avrebbero camminato l’una accanto all’altro, a inseguire i loro passi nel cono d’ombra proiettato dall’ombrello, evitando le pozzanghere in cui si rifletteva, languido, il cielo. Dai marciapiedi si alzava un odore di salmastro che veniva su, come le maree. Il mare distava circa quattro chilometri ma c’era dappertutto in quella città. Tra l’alternarsi delle stagioni e degli umori, quella brezza ti dava la sensazione di essere sempre racchiuso tra le acque azzurre del golfo.

Da sotto i tetti delle pensiline tempestate dalla pioggia arrivava il rancore della gente arrabbiata per il temporale improvviso e il ritardo degli autobus; il litigio di due bambini, forse due fratelli, che si contendevano pezzi di un robot che mai più sarebbe tornato a nuova vita, e il richiamo della mamma che emergeva distinto e sovrastava le loro voci urlanti.

“Andiamo a piedi, le va?” – disse la ragazza – “C’è un po’ di trambusto qui… la gente è sempre impaziente quando deve aspettare i mezzi pubblici”. Guardò l’attraversamento pedonale che li avrebbe portati lungo il rettifilo, e da lì fino in centro, al riparo dall’inutilità di tante parole.

“Certo. Speravo che me lo chiedesse… Sono allergico agli autobus…”.

Lei rise. Lo guardò: “A proposito…non ci siamo neppure presentati… io mi chiamo Nina…”

Davide trasalì. Si girò verso quegli occhi neri che sembravano allontanarsi nell’astrazione, procurandogli un senso di vertigine. 

“Si chiama davvero Nina… non può essere” pensò – “è tutto così strano che mi sembra di diventare matto… Forse è solo un’illusione”. Un lampo di sgomento gli attraversò il volto.

All’improvviso la ragazza, con una torsione rapida del polso, arrotolò il braccio intorno al suo. “Così non rischio di scivolare…” – disse – “oggi ho messo anche i tacchi alti”. E lo guardò, sorridendo.

Davide avvertì una scossa, come una corrente sotterranea, una discesa verticale dall’alto di un precipizio. Non si pose più il problema. Era bella quella dolcezza che avvertiva dentro di sé, così vicina, così lieve. Gli venne voglia di ridere e di piangere.

“Ma si, vecchio mio”, – pensò – “tu sei sempre alla ricerca della verità, ma la verità non è un semplice svelamento dei fatti. Noi ci giriamo sempre in tondo per cercare un punto di arrivo per le nostre sicurezze, ma quel punto può essere anche di partenza, come quel treno che ti ha fatto conoscere lei, questo inaspettato ritrovarla accanto a te… Come vedi tutto quadra, anche se è un’illusione…”

Capì in quel momento che il suo sogno era vero, perché di quel sogno aveva vissuto per tanto tempo. E voleva continuare a farlo. Del resto a chi appartiene di diritto il sogno se non a quelli che vogliono applicarlo alla propria vita?

Si girò verso Nina. Fu bello incrociare il suo sguardo e i suoi occhi. 

“Davide…” – disse – “mi chiamo Davide”.

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