Per Cattolica Binario 5

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1° classificato – III Concorso Nazionale di Narrativa 2019

Vincitore di questa terza edizione

di Lauro Zuffolini


Da molto tempo Michele non metteva piede alla stazione ferroviaria di Carpi, dove viveva.

Ritrovò i soliti tre binari, sempre uguali fin dal tempo in cui suo padre lo caricava bambino sulla canna della sua bicicletta e lo portava a vedere il treno che arrivava. Quello con la locomotiva tutta nera che faceva ciuff ciuff e faceva fuoriuscire le nuvolette di fumo bianco che si innalzavano lentamente verso il cielo.

Pensò a quando era capitato lì l’ultima volta e ricordò che fu per accogliere sua figlia Laura nei suoi rientri periodici da Milano, dove studiava all’Accademia della Comunicazione.

Lei non si era bloccata davanti alla prospettiva di andare a vivere da sola, pur di sviluppare la grande passione che aveva per internet e per la grafica. Aveva solo diciannove anni, e l’idea chiara in testa di voler lavorare in quei settori.

Michele portava impressa in sé l’emozione dell’attesa dell’arrivo del treno da cui sarebbe scesa sua figlia, che amava intensamente. Aveva anche il rammarico, che a volte gli cresceva dentro fino a diventare un senso di colpa, di non averle assicurato una famiglia unita, ma spezzata dalla separazione dei suoi genitori. Provò ancora quello stato d’animo misto. Da una parte l’orgoglio per l’ autonomia e l’ indipendenza che sua figlia dimostrava nel voler affrontare da sola la vita di una metropoli e dall’altra l’apprensione per i pericoli che le potevano incombere a seguito di quella scelta. Soffriva per il disagio della lontananza da lei che la separazione gli aveva lasciato in eredità da quando era uscito per sempre di casa e che lo accompagnava stabilmente, come un basso continuo, nonostante gli sforzi da lui compiuti per esserle vicino in tanti modi e in tante occasioni, nonostante tutto.

In quel sabato d’estate di un week end prossimo a ferragosto c’era poca gente in stazione e non ce ne poteva essere di più. Non si trattava della Gare de Lyon, né della stazione Termini, ma solo di quella di Carpi.

Il treno poi era diventato un mezzo di trasporto desueto. Non dava la libertà d’azione e di orario delle automobili, mezzi alla portata di tutti, né copriva le distanze degli aerei. Gli utenti andavano così cercati tra coloro che dovevano economizzare nelle spese di trasferimento.

Vide due ragazze dalla pelle scurissima che chiedevano informazioni a tre signori anziani seduti su una panchina. Non si capiva bene se quei signori stessero aspettando un treno o fossero lì per passare il tempo in compagnìa. L’abbondanza di parole che quei tre ,a turno e accavallandosi, usarono nel fornire indicazioni alle giovinette, il tono di voce affettato e la quantità di sorrisi esibita, davano l’impressione che i panchinari cercassero di andare oltre le domande ricevute. Pareva che tentassero di fare i galletti, in realtà molto spennacchiati e bolliti. Ma si sa che l’abitudine di certi uomini all’abbordaggio non dipende dall’età e si perpetua finchè c’è il respiro.

Michele non potè osservare più a lungo la scenetta, perchè il suo treno si era già presentato al binario 3.

Sua sorella Daniela l’aveva invitato a passare il fine settimana da lei a Cattolica, dove aveva da poco comprato un appartamento, coronando il sogno suo e di suo marito per quanto riguardava le vacanze. Cattolica forever. Seguendo le scelte dei genitori, Michele c’era stato tante volte da ragazzo nel mese di agosto con tutta la famiglia e per sua sorella non esisteva località migliore di quella.

Le carrozze erano semivuote e i passeggeri potevano così collocarsi ben lontani gli uni dagli altri, come lui stesso fece. Le poltrone erano ben più che ordinari sedili, decisamente comode, di un vivace colore blu elettrico e piazzate alla giusta distanza tra loro. Si stupì, gli sembrava di viaggiare in aereo, anche se lui non aveva mai provato cosa fosse la prima classe perchè i suoi voli erano stati molto economici. Quella rimaneva comunque la seconda classe di un treno regionale, decisamente migliorata di livello dai tempi della sua giovinezza.

All’arrivo a Modena era previsto un cambio.

Prima dell’ingresso in stazione si sentì una voce nell’etere..abbiamo maturato sei minuti di ritardo, ce ne scusiamo con i viaggiatori..

Il proverbiale vizio italico del ritardo sulle strade ferrate non era quindi stato abbandonato. Vi era così stato aggiunto un tocco di gentilezza e di precisione unitamente alla confessione esplicita dell’errore commesso. Michele si meravigliò anche di quella parola usata, ‘maturato’, che riteneva più adatta a descrivere frutta che un ritardo nella percorrenza di un convoglio.

Sull’orario esposto al pubblico era indicato il binario 4 per il cambio del treno, ma una voce avvertì che bisognava invece dirigersi al binario 5. Così si assistette a repentini spostamenti di direzione da parte di gente con valigie in mano e borse a tracolla e con la tipica frenesia di chi teme di perdere il treno giusto..

Michele già lo sapeva e rimase calmo. Sua sorella viaggiava spesso su quel treno e lo aveva avvisato di tale variazione.

Ora i posti liberi si erano ridotti di numero e la scelta si era ristretta. Occorreva così valutare dopo un veloce colpo d’occhio anche i vicini per decidere dove sedersi. Michele si sistemò davanti a un signore col doppio mento che stava dormendo. Gli sembrava più vecchio di lui, ma non ne era sicuro. Forse Michele stesso era il più vecchio dei due. Superati da un po’ i cinquant’anni, non riusciva più ad attribuire l’ età alle persone. I giovani gli sembravano tutti giovanissimi, quasi ragazzini. Gli adulti facevano parte di una massa in cui non ci capiva molto. Poteva sbagliare anche di dieci anni e più .Gli anziani si distinguevano per un qualche segno di visibile decadimento nell’aspetto fisico.

Michele quel pomeriggio aveva voluto viaggiare in treno.. Avrebbe potuto usare la macchina, ma intravide in quella scelta l’opportunità di riposarsi di più e di poter riflettere con calma. Voleva cogliere qualcosa, uno spunto, un’idea, un bagliore di luce che lo aiutasse a sbrogliare in parte la matassa aggrovigliata della sua vita.

Era il primo week end che trascorreva da solo, da tanto tempo, senza la presenza della sua compagna Stefania, che si era recata a fare una vacanza in Tunisia con sua figlia.

Con Stefania viveva da alcuni anni una sorta di convivenza part- time, limitata ai fine settimana, alle feste comandate e poco più. Quella condizione andava bene a lei, ma non a lui. E gli era piaciuto poco che avesse preferito passare una vacanza con la figlia senza di lui, dietro richiesta della ragazza stessa, appena adolescente. Stefania non gliene aveva parlato abbastanza e gli sembrò di dover accettare senza discussione quella cosa. Cioè di subire. Per lui era un indizio serio dello scarso amore di Stefania nei suoi confronti. Questo ci poteva anche stare, alla fine. I sentimenti non si impongono, né a se stessi né agli altri. Ma era necessario capire che tipo di sentimenti provasse la persona che lui amava, per non dover accorgersi troppo tardi di aver imboccato una strada che non portava da nessuna parte. Quanto meno non dove lui desiderava arrivare. E lui voleva unire la sua vita a quella di una donna, o almeno a riprovarci, dopo il fallimento del suo matrimonio. Era innamorato della dolcezza di lei, ma sentiva che c’era ancora un po’ di distanza tra loro, che lei non colmava affatto, anzi sembrava voler mantenere. Questo gli occupava la mente, in viaggio per Cattolica.

E mentre era in attesa di una illuminazione interiore vide il treno giungere alla stazione di Bologna.

Qui salì il resto del mondo.

Ma Bologna era Bologna, una bella città, popolosa ma non troppo. Gente simpatica, ironica, piena di buon senso e sorprendentemente saggia. Qui i ricordi aggredirono Michele con più veemenza.

Erano gli anni dell’università e riaffiorò un altro rimpianto. Dopo il primo anno da matricola, quando frequentava le lezioni ogni giorno e faceva avanti e indietro sui treni da Carpi e per Carpi, Michele smise di presentarsi nelle aule se non per gli esami.

Scelse di lavorare per pagarsi gli studi, perchè suo padre disapprovò la sua decisione di studiare pedagogia. Voleva che diventasse, medico, ingegnere o bancario, insomma che perseguisse una professione che gli procurasse denaro e prestigio. Cos’era la pedagogia? Gli chiedeva con feroce sarcasmo suo padre. Di sicuro una cosa che dava poco da mangiare, secondo il suo genitore.

Per amor proprio, Michele si fece assumere come insegnante di musica comunale e rifiutò quell’aiuto economico che suo padre non gli aveva comunque mai negato né messo in discussione. Per amor proprio o per orgoglio, ma soprattutto per coerenza sembrò a Michele di dover compiere quel gesto. Ognuno doveva pagare per le scelte che faceva. Così era fatto lui.

Più avanti nella vita si chiese alcune volte cosa sarebbe stato di lui se fosse andato avanti per la strada che preferiva, quella che portava all’insegnamento, partecipando assiduamente alla vita universitaria senza deragliamenti.

La laurea che conseguì alla prima sessione di esami, senza aver perso un solo giorno utile, non gli bastò per imboccare quella via. Fu un giorno più di mestizia che di gioia, quando salì sulla vecchia Fiat 1100 di famiglia e tutto solo si avviò verso Bologna per discutere la tesi, ottenendo anche il massimo dei voti. Il conflitto col padre si accentuò in seguito, lo spinse a uscire di casa presto per sposarsi troppo giovane e a cercare per necessità il lavoro dove c’era. Ed entrò nel settore dell’abbigliamento,quello che a Carpi forniva più opportunità di lavoro, che poteva essere per molti un piacere e un interesse, ma per lui niente più che una forma di esilio dal mondo della scuola che avrebbe voluto frequentare. Esiliato, appunto. Così si sentiva nei panni di un piccolo imprenditore. E la sua piccola azienda non andava affatto bene negli ultimi tempi.

A quel punto sul treno i posti vennero tutti occupati.

E iniziò una specie di festival delle suonerie dei telefonini. Musichette di ogni tipo, dal rock all’hawaiano, al melodico strappacuore classico o napoletano, al motivetto per bambini, dalla mazurka da sagra paesana al cool jazz. A suo insindacabile giudizio vinse la sua, di suoneria. Grazie a una chiamata da parte di sua sorella, tutti, o almeno chi era stata attento, poterono ascoltare l’imperioso inizio della quinta sinfonia di Beethoven.

Tutto bene?”

Sì, tutto a posto..non so l’orario preciso in cui arriverò..perchè dipenderà dal ritardo..maturato”

Bene..ti aspettiamo”.

Daniela era adorabile e disponibile, tranne in quei momenti in cui il loro rapporto subiva degli improvvisi black out per incomprensioni reciproche. Suo marito era molto simile a lei. .A quel tempo tutto filava liscio tra loro fratelli e lei era orgogliosa di mostrargli quell’appartamento tanto anelato.

Si guardò intorno.

Lo spettacolo agli occhi di Michele parve davvero singolare. Quasi tutti i viaggiatori stavano parlando, con partecipazione, con intensità, gesticolando ed emozionandosi, ma non con i propri vicini di posto, bensì con i lontani, tramite il cellulare.

Come in quadro di pura follìa, popolato da marionette, ognuno si atteggiava e rivolgeva parole a una tavoletta sonora e colorata che teneva in mano, ignorando del tutto che gli stava accanto o di fronte.

Michele cercava di buttare acqua sul fuoco riattizzato dai suoi ricordi.

Vide un controllore zelante che al limite dell’impertinenza scosse due volte il braccio di una bella ragazza bionda che si era addormentata, per chiederle il biglietto. Non era neanche facile assopirsi in quel contesto concitato e rumoroso di conversazioni mediatiche. Michele pensò che lui l’avrebbe osservata e attesa per qualche attimo e poi se ne sarebbe andato lasciandola riposare.

Intanto vide che fuori dai finestrini pioveva, anzi scrosciava. Non male per chi si recava in luoghi di vacanza a cercare amplessi col sole cocente.

Da uno scompartimento vicino arrivò una ragazza con i capelli rosa. Mancava giusto una così, con in testa una tinta artificiale, perchè le diverse etnìe erano già tutte presenti con la varietà dei colori di pelle e di pelo inventata dalla natura. Dal punto di vista cromatico i passeggeri del treno erano pressochè al completo.

Michele girò gli occhi verso la ragazza seduta alla sua destra. Stava leggendo con molta concentrazione un testo di economia in lingua inglese, ma era italiana, da come parlava al cellulare. La ammirò, lui che l’economia la capiva poco già nella sua lingua natìa e ancor meno gli piaceva.

Tre file di sedili più avanti, da un posto di fronte al suo, un uomo mezzo calvo col pizzetto lo stava guardando per la sesta o settima volta. Gli occhi si incrociano casualmente in certi ambienti in cui si è costretti a stare, ma Michele si scocciò di quel guardone.

Il treno procedeva a velocità elevata e lui si sentiva rilassato, quasi cullato dai ritmici movimenti di quella macchina. L’unico inconveniente era rappresentato dalla difficoltà di scrivere. Era solito annotarsi pensieri e riflessioni su dei fogli bianchi che portava sempre con sè, come in una sorta di diario dell’anima, ma in quella circostanza gli uscivano dalla biro solamente dei caratteri tondeggianti e arzigogolati, simili all’alfabeto urdu dei pakistani.

Stazione di Forlì.

Ad ogni fermata il conduttore dichiarava i minuti di ritardo, che risultavano in costante aumento, e ciò stava diventando una stucchevole litanìa. Sarebbe stato meglio che cercasse di rimediare al ritardo invece di informare puntigliosamente i viaggiatori, suscitando commenti tutt’altro che benevoli.

Un flash mentale lo riportò ai tempi dell’università, quando sul treno che lo portava a Bologna si chiedeva, nell’incapacità di prevedere il suo futuro, a quali stazioni della vita sarebbe sceso, facendo varie ipotesi del suo lavoro. Invece cominciò a pensare, quel sabato, quanto mancasse al capolinea.

Stazione di Cesena.

Michele potè finalmente allungare le gambe e allargare le braccia, nel massimo della comodità possibile, perchè molti dei suoi compagni occasionali di viaggio erano scesi.

Chissà chi erano e che vita conducevano. Pensò che nella vita si percorre solo un tratto di strada insieme agli altri, più o meno lungo che sia. E quando non ci sono più un progetto che accomuna o una necessità che lega si assiste alla scomparsa indifferente o dolorosa degli altri. Oppure siamo noi stessi a scendere a una stazione precisa, abbandonando il viaggio comune fino ad allora, causando dolore o indifferenza. Il problema principale consiste nell’individuare bene i vari momenti, capire cosa c’è che unisce le persone, né illudersi né illudere. Nel caso si tratta di una coppia ci vorrebbe la lucidità di comprendere se la situazione è veramente condivisa o se uno dei due si sta caricando un cadavere sulle proprie spalle.

Molti viaggiatori stavano ascoltando musica dagli auricolari. Chissà se era musica buona, pensò Michele, e se avevano le orecchie pulite…

C’era un ragazzo che portava scritto sulla sua maglietta gialla ‘violence and aggression’,ma aveva occhi miti e mansueti e una fare flemmatico. Che si trattasse di un caso di personalità dissociata? O multipla?

Faceva anche pensare a Michele che i violenti, al di là delle apparenze, sono accanto a noi, sono come noi e potremmo diventarlo anche noi stessi. Michele era un pacifico, tutt’altro che impulsivo. Ma anche a lui erano venuti certi attacchi di rabbia.

Aveva ancora scolpita davanti agli occhi l’immagine di quel direttore di banca, basso di statura, che il mese prima con tono di voce indifferente e cantilenante gli aveva bruscamente tolto di mano quell’ombrello che gli aveva generosamente offerto quando gli affari gli andavano bene. Rientrato a casa, Michele tirò un pugno contro il muro. Solo in quel giorno dovette controllare impulsi aggressivi, che mai aveva provato per alcuno, verso quell’individuo che gli ripeteva ossessivamente ‘non ho facoltà di comportarmi diversamente’, mentre Michele gli squadernava umiliandosi tutti i motivi della stretta economica in cui si ritrovava , il suo passato e presente di persona affidabile e responsabile, e sull’orlo della disperazione gli spiegava le sue proposte per risollevarsi dallo sforamento del fido bancario. Inutilmente. In conclusione se la prese con se stesso e per puro caso non si fratturò una mano.

Quel giovane sul treno probabilmente tentava di esprimere con ironia un dato caratteriale o una metodologia di vita che gli erano estranei e che condannava. Forse.

Il sole finalmente riuscì a bucare le nuvole.

Così le prospettive cambiavano.

Ma si era ormai al tramonto.

Come poteva vivere, Michele, quei giorni e quella stagione della sua vita?

I saggi avrebbero sentenziato che occorreva scorgere nella avversità il manifestarsi di opportunità sempre nuove. Ma Michele non si sentiva saggio e a volte pensava che i saggi non avrebbero immaginato in quali e quanti casini si trovasse Michele stesso.

Inviò un sms a sua sorella, informandola che stava per arrivare.

Di illuminazioni proprio non ne ebbe o forse non se ne accorse.

E per poco non scese per sbaglio alla stazione di Misano, quella prima di Cattolica.

Aveva già i piedi sul predellino.

LAURO ZUFFOLINI

© illustrazione coperta da copyright . Arte ViolaV

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