Quell’odore di latte

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Quell’odore di latte    

di Elisa Marchinetti 

Bene, figliolo.

Voglio dirti una cosa:

la  vita per me non è stata

una scala di cristallo.

Ci furono chiodi e schegge

e  tratti senza tappeti

sul pavimento, nudi.

L.J.Hughes

Un odore di latte, di latte materno,  intenso e pervasivo – quello che solo i bambini piccoli emanano-  le schiaffeggiò  i sensi  non appena  la prese tra le braccia.

Quell’aroma ancestrale,  dolce come la vita ed amaro come  certe  pieghe che, talvolta,  l’esistenza  può prendere,  la colpì come una pugnalata, rinfacciandole  all’istante  la sua condizione di mamma mancata.

Chiuse gli occhi e rimase qualche secondo ad inalare a pieni polmoni il sentore di innocenza e fragilità che quel  fagottino, placidamente  appoggiato al suo petto,  emanava.  Poi,  come  se avvezza per esperienza a certi rituali materni, si mise a cullarlo dolcemente, spostando il peso da un piede all’altro ed oscillando al contempo il  busto, assecondandolo con   un lento e ritmato movimento. Una gestualità che  le veniva naturale e  che sapeva di consuetudine, di ore trascorse a ninnare, a calmare  pianti  prolungati, a vegliare notte e giorno. Quella routine che  il buon Dio o chi per Lui le aveva negato. 

Perché  la verità aveva  il retrogusto della sconfitta.  Lia lo sapeva bene, costretta  da tempo a tacitare l’istinto materno,  a soffocarlo nel mare della delusione e del rimpianto.  A soffocare le  acide insinuazioni di parenti e conoscenti, l’invidia ardente  per le altre ed a mascherare una quotidiana, fasulla serenità.

 “Ninna nanna ninna oh,

 questo bimbo a chi lo do…”,

 iniziò a canticchiare mentalmente, godendosi  quel momento di pura estraneazione metafisica,   con il cuore gonfio e gli occhi sberlucciccanti  di  estasi voluttuosa. In quel frangente,  lei  e la bambina in una bolla  soffusa di tenerezza. Nell’hic  et nunc  il  tutto, seppur relativamente  momentaneo,   che le serviva per sentirsi appagata,  quel tanto che le bastava per placare in parte  la sua sofferenza,  in quell’intimità  dove   null’altro aveva importanza. 

Il resto della strofa  perso nei meandri della sua memoria.  Annaspò  qualche  secondo nella speranza di ricordarla, ma  più si ostinava più mischiava parole di altre canzoncine,  di quei ritornelli che la madre, un po’ per la fretta, un po’ per  la stanchezza,  ripeteva nervosamente ai suoi fratelli per farli addormentare, addirittura  storpiando parole e ribaltando rime. 

“Ninna Nanna ninna oh,

 questo bimbo a chi lo do… 

se lo do alla befana 

 me lo tiene un anno intero…”

Come colpita   da uno  shock,  smise di ondeggiare.  Forse non recitava  proprio  così  la filastrocca  dubitò,  mentre l’eco distorta  di quella  musicalità  sgraziata  le rimbalzava  in testa. 

“Comunque  ha  funzionato”,  bisbigliò,  sfiorando con l’indice il volto setoso della piccola  che in breve si era addormentata. Un largo sorriso complice ed un lungo sospiro  accompagnarono  il suo gesto.

Ma quel capo dalla cute morbida e liscia, reclinato  dolcemente sul suo  petto, e quelle manine appiccicose  appoggiate  al suo collo, avevano  calmato  solo in parte l’ansia che da qualche giorno la divorava.

Ne era sicura, non sarebbe stato facile. D’altronde, non lo era mai stato. Non ci si abitua mai alle bruttezze della vita, pensò,  a quei compiti che richiedono di relegare le  proprie emozioni in fondo ad un cassetto e trascurare  le esperienze ed i vissuti altrui indossando la maschera dell’indifferenza.

Di scordare quelle storie di vita  dove gli  incidenti  gareggiano  a tutta velocità con le   disgrazie  ed il sole raramente fa capolino a rischiarare un cielo perennemente rabbuiato. 

Quelle vicende  che strozzano le emozioni sul nascere e colorano il paesaggio della  vita di un grigio monocorde,  dove le rare screziature  di colore assomigliano,  quando appaiono,  a dei miracoli.

Aurora  aveva poco più di sei mesi e nel nome l’incanto del nuovo che avanza. 

Nel suo  caso, però,  un incanto spezzato sul nascere. 

Era l’ultima arrivata di una nidiata di bambini, che raggruppati  formavano quasi una squadra di calcio. Nati a distanza di un anno o poco più l’uno dall’altro, sembravano le copie speculari di quei modellini che si ottengono ritagliando sagome di carta ripiegata su se stessa varie volte. Nel dispiegarsi delle immagini, le  mani nelle  mani sigillano l’unione,  nella buona e nella cattiva sorte.

In quella famiglia sgangherata,  il sodalizio  poggiava, soprattutto, su quest’ultima condizione. Il che  non era un aspetto trascurabile.

In quel nucleo sempre in divenire   ogni nascita veniva accolta come una benedizione e  salutata in nome del buon Dio, alla stregua dei  pochi Euro che entravano dall’uscio di casa,  quando e se  entravano. E dove le preoccupazioni per il futuro avevano l’orizzonte temporale  di un giorno, la stessa durata del rapporto di lavoro che il marito riusciva a mantenere. Non certo per colpa della crisi economica; più semplicemente, per  indolenza  allo stato puro  unitamente ad  una forte dose di irresponsabilità.

“Incosciente e cretino!”,  sbottava tra sé e sé Lia   tutte le volte che lo trovava seduto  sul divano sfondato in più punti  a guardarsi le mani ingiallite dal fumo o a fissare il vuoto di un destino che non voleva costruire per sé, né tantomeno per i figli.

Da quando lo conosceva non aveva inanellato che una  settimana ininterrotta di lavoro, festeggiata in casa come un evento eccezionale  e suggellata da un  lauto pranzo. E dallo sperpero dell’intera paga, a dispetto delle numerose bocche da sfamare e  dei bisogni, tanti, da soddisfare. Quelli che i vicini di casa, con entrambe le mani sul cuore, tentavano  di arginare  offrendo  loro cibo e vettovaglie, nonché indumenti  e materiale scolastico. Perché ogni  magro sorriso che un nuovo fiocco appeso alla porta d’ingresso, rosa od azzurro che fosse, strappava loro celava, in realtà,  la consapevolezza delle  tribolazioni a venire.

E nella desolazione stagnante di una situazione che richiedeva azioni più che compassione, ogni gesto di generosità veniva salutato dalla coppia con  una vigorosa stretta di mano  ed un grazie appena sussurrato  che sapeva di umiltà sottaciuta. 

Talvolta un inchino appena accennato racchiudeva il loro sentito ringraziamento.  

 “Non sembra un angioletto?”, le chiese la madre avvicinandosi,  liberando con un ampio sorriso una bocca sdentata e qualche sputo.

Una zaffata pesante, un misto d’aglio e cipolle,  ed un afrore di sudore stantio  inondarono le narici di Lia, costringendola a scostarsi di lato e ad avvicinarsi  con passo felpato, per non svegliare la piccola, alla finestra semiaperta.

Lì refoli di un bizzoso venticello,  oltre a  scompigliare i suoi cupi pensieri e l’aria satura,  agitarono   un   tendaggio sgualcito e un po’ kitsch, decisamente  in linea con l’estetica della casa, permettendo così  all’intensa luce di un torrido giugno di  fendere la semioscurità.  Quel gioco di rifrazioni che si andò formando, nel cui centro  la figura della donna si stagliava, le ricordò il suo professore di storia dell’arte e le lezioni su Caravaggio, la sua  tecnica delle luci e ombre.

Solo che in quella infelice  condizione esistenziale  ad emergere era,  soprattutto, il buio.

Non aveva ancora trent’anni, ma l’incuria e la sciatteria  di una  donna di borgata dei film di  Pasolini. I capelli, unti e bisunti e dall’indecifrabile colore, retaggio di tinture su tinture,  erano raccolti alla bell’e meglio in una coda che penzolava sulla schiena già  un po’ ricurva. Alcune ciocche sparute e grigiastre alla base, sfuggite all’elastico allentato,  ne sfioravano l’ovale  emaciato.  Una raggiera di rughe alquanto profonde, soprattutto sul labbro superiore,  si dipanava  attorno alla  bocca appena accennata.

L’alone violaceo sotto agli occhi  infossati  tradiva una vita di stenti e patimenti.

Eppure.

Eppure  c’era qualcosa nel suo sguardo che raccontava di un amore puro e sconfinato, di un  sincero attaccamento,  di un legame unico e duraturo. Quel guizzo di pura  gioia materna che sprigionava  tutte le volte che guardava i suoi figli, tutte le volte che arruffava loro i capelli, tutte le volte che stampava loro un bacio.    

Un amore  non scontato e profondo. Un cuore immenso  il suo ed una capanna, a dispetto delle difficoltà quotidiane, al di là di ogni preclusione sociale. 

L’opposto di quel  sentimento che altri madri avevano, invece,  negato ai loro figli in nome di una agognata  libertà personale,  identitaria o semplicemente rinnegando a se stesse quel ruolo.  Una situazione che Lia da assistente sociale conosceva bene e che aveva  fronteggiato varie volte. E tutte le volte con la stessa repulsione ed amarezza,  trattenendo a fatica il disprezzo e l’insieme dei vocaboli per urlarlo,  per il bene dei bambini che doveva proteggere.

“ Se sei stanca di tenerla, la prendo io “, le sussurrò la madre  allungando avidamente le braccia  e tamburellando il pavimento con il piede per l’impazienza.

Dietro quell’invito, due  occhi supplichevoli ed acquosi  di lacrime pronte a solcare il viso. Quelle che Lia ricacciò in gola,  amare come il fiele, come solo le vicende della   vita a volte possono essere.

Difficile negarle quel contatto, il diritto di essere madre; difficile non concederle l’ultimo abbraccio prima della separazione,  prima dell’affido ad un’altra  famiglia, difficile non cedere all’emozione in quei momenti. 

“Ninna nanna tienimi con te

nel tuo letto grande solo per un po’”. 

Una voce flebile, ma intonata riecheggiò nella stanza. Un dolore acuto racchiuso in  un canto melodioso che tracimò come un fiume in piena propagandosi nell’aria e nei cuori dei presenti. Una sofferenza  intima e lacerante  che ancora una volta scavava  nella sua inadeguatezza come madre, nell’incapacità di assolvere appieno  il suo ruolo. Un canto che al contempo urlava e  rivendicava  il diritto di lei di vivere pienamente  tale condizione. 

Ma così era stato deciso. Per il bene di Aurora. Così come era accaduto per gli altri suoi fratelli, a turno.  

Un silenzio pesante di commozione ed attesa  calò nella stanza  al termine dell’ultima strofa. Un silenzio di minuti interminabili e sospesi che dilatarono l’agonia del dolore.

Un  ultimo, prolungato e dolce  bacio sul capo  fu il  saluto alla figlia prima di abbandonarla tra le braccia di Lia.

Nella dolorosità del gesto, la  fragile e delicata  compostezza di un addio. 

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