Sophonisba, la decima musa

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Sophonisba, la decima musa

di Piko Cordis

Il sommo Michelangelo, poco prima di rincasare nella sua modesta residenza di piazza Macel de’ Corvi, arrestò il passo per ammirare un capolavoro della natura e il suo accompagnatore, il nobile Tommaso de’ Cavalieri, lo assecondò guardando nella stessa direzione. Proprio dietro le vestigia romane, con in primo piano l’Anfiteatro Flavio, il sole scendendo sotto l’orizzonte sembrava diventare liquido. Una brillante fiammata arancione tingeva di color fuoco le pigre nuvole che solcavano il cielo. Intanto un leggero venticello sonoro sfiorava appena il loro viso e sferzava l’aria come fosse un piccolo torrentello invisibile. Davanti a cotanta bellezza il maestro esclamò: «Peccato che i dipinti di Nostro Signore non possano rimanere in eterno…»; Michelangelo era come estasiato da quell’imbrunire che gli aveva tolto il fiato e continuò rapito «… paragonati a Lui, noi tutti, altri non siamo che degli imbrattatele».

Il nobile cinquantottenne, che gli stava a fianco, non poté che dargli ragione. Sebbene non fosse un pittore, era un grande estimatore dell’arte e convenne con lui sulla grandiosità dell’Onnipotente.

«Tra gli inabili alla pittura non consideriamo però Giorgio Vasari che è solo un imbrattacarte», puntualizzò il maestro sottendendo l’annosa antipatia per l’aretino.

Il piccolo e magro Michelangelo, apparentemente fragile, pontificava distribuendo con sovrana indifferenza battute taglienti miste a irascibili moti di stizza.

Un lamentoso scricchiolio destò i due uomini: il solerte servitore di casa Buonarroti, Antonio del Francese, aveva aperto loro il portone con un ossequioso saluto stampato in bocca.

Tommaso agevolò l’ingresso del maestro aiutandolo a superare l’insidioso gradino che separava il bordo strada dall’ingresso.

«Finalmente siete arrivato padrone…», disse Antonio chiudendo l’uscio tra i gemiti dei cardini arrugginiti «…il Peposo è quasi pronto!»

Michelangelo annusò l’aria compiaciuto, pregustando una deliziosa cenetta. «Sapete, Tommaso, la ricetta di questo manicaretto è antica. La mia balia di Settignano mi ha cresciuto con questa specialità: sono tagli poveri di manzo con aggiunta di ortaggi, pepe, spicchi d’aglio e vino rosso».

Il “divino”, nonostante non mangiasse molto, si dimostrava estremamente preciso anche nelle preparazioni culinarie.

«Maestro, perdonatemi l’audacia, vorrei mi accordaste un favore», chiese con grande deferenza l’amico nobile, «…prima di desinare potreste concedermi pochi minuti? Vorrei potervi mostrare un dipinto che ho fatto sistemare nello studio». Michelangelo trasse un profondo sospiro; aveva avuto una giornata particolarmente pesante alla Reverenda Fabrica Sancti Petri e si sentiva stanco, ma nonostante ciò accettò la richiesta.

Sempre accompagnato da Tommaso, il maestro venne condotto nello studio. Al loro ingresso una leggera corrente smosse la polvere di marmo sedimentata a terra cambiando un po’ l’odore stagnante di lavoro e sudore, rivitalizzando quell’assordante silenzio di un nuovo respiro.

Il disinteresse per l’ordine era tangibile in ogni angolo: i vasi dei colori, di ogni forma e dimensione, erano ammonticchiati dappertutto; l’olio e le chiare d’uovo erano ad ammuffire in vasetti maleodoranti. Gli scalpellini disseminati ovunque, così pure i mortai, i pennelli, gli stracci e i pestelli.

Nell’angolo adibito alla pittura, su un cavalletto sudicio, sostava un dipinto a olio su tela dalle medie dimensioni. Tommaso cercò di prendere la parola, ma Michelangelo glielo impedì con un gesto rapido della mano.

Visibilmente interessato, il maestro si avvicinò all’opera e la ispezionò in meditativo silenzio.

In un gioco stilistico era stato ritratto un collettivo familiare contraddistinto da sole figure femminili. Ambientati in un giardino, i momenti di svago erano stati tratteggiati in uno spazio ideale dallo sfondo roccioso e azzurrato di un paesaggio in fuga dalla realtà.

Una partita a scacchi tra due nobili ragazzine: la più grande, mentre muoveva compiaciuta una pedina, guardava fuori del quadro, quasi in un cenno d’intesa con chi stava al cavalletto. L’altra, sopraffatta dalla mossa, alzava la mano in segno di resa. Tra loro spuntava la testolina sorridente di una bambina più piccola, mentre sulla destra si protendeva con sguardo vigile, un’anziana domestica.

«Notevole!» sussurrò Michelangelo in totale contemplazione.

L’articolata prova compositiva sottintendeva un’allusione alla conquista di un primato femminile, un esercizio per l’intelligenza.

L’illuminazione delle candele intrappolava il maestro a metà tra luce e ombra; quel chiarore gli saltellava confusamente sul viso conferendogli un’aura divina. Le rughe gli si aprivano a ventaglio attorno agli occhi che apparivano grandi, opachi, speculativi.

Con rigoroso scrupolo, il maestro si avvicinava e allontanava dal dipinto valutando le linee, i colori stemperati secondo misura e i suoi accenti più o meno forti. Osservava accuratamente la direzione delle pennellate, facendo caso ai minuscoli solchi lasciati dai peli dei pennelli impressi sulla tela. Strati sovrapposti di colore, sottili come fili di seta con sfumature tanto delicate.

L’esame si stava prolungando oltre ogni aspettativa del nobile de’ Cavalieri. Un silenzio assordante, tanto che le sue orecchie riuscivano a percepire il suono inarticolato, ma ripetitivo delle colonie di tarli annidati nel mobilio della stanza. Il legno nobile, divorato dagli insetti, era infatti diventato una gruviera scura e i piccoli forellini non erano piacevoli alla vista, né tantomeno ascoltare il loro interminabile lavoro, ma in quel momento spezzavano quell’aria così ossequiosa.

«Ditemi, dunque» esordì finalmente Michelangelo, accomodandosi sullo sgabello a tre piedi. «Qual è il nome di questo talentuoso pittore?»

Tommaso, che aveva atteso con pazienza di prendere la parola, atteggiò le labbra a un lieve sorriso.

«Maestro, mi fa molto piacere che voi definiate l’autore di questa opera un “pittore” e non considerandolo un “allievo” lo state investendo di un ruolo ben definito».

«Così pare», rispose il maestro.

«Il suo nome è Sophonisba», replicò Tommaso.

Michelangelo fissò il nobile amico con occhi improvvisamente seri e indagatori.

«…Madonna Sophonisba è figlia del nobile cremonese Amilcare Anguissola», continuò.

A quel punto il maestro stirò la bocca.

«Sì, avete capito bene. Il pittore è in realtà una pittrice», puntualizzò ancora.

Con uno sguardo cogitabondo, Michelangelo riprese a scandagliare il dipinto lisciandosi la barbetta. Forse avrebbe dovuto intuirlo; in effetti il dipinto gli aveva parlato della sua mano creatrice: l’estrema cura nel particolareggiare l’eleganza dei corpi, la grazia di quelle bambine nello sfoggiare, ben si accostavano agli abiti di broccato dai colori sgargianti, e le collane poi, così dettagliatamente raffigurate si accostavano alle preziose ghirlande di perle tra i loro morbidi capelli. Tutto questo non poteva che essere il frutto di una mano e un istinto del tutto femminile; solo una pittrice poteva così scrupolosamente averne rispetto. E come non accorgersi, infine, del divario tra la gioiosa giovinezza e l’affaticata vecchiaia, delle quattro figure; delle modeste vesti della serva a marcare la netta distinzione dei nobili natali delle bambine e le umili origini dell’anziana.

«Un talento sbocciato in un corpo di donna è guardato con diffidenza e per decoro non merita di esser coltivato; bell’ornamento della donna è il silenzio» esclamò Michelangelo, cercando di non usare un tono imperioso. «Tant’è che gli studi scientifici e anatomici sono disdicevoli per le fanciulle. La donna è costretta a soffocare la sua passione, fino a smettere del tutto di dipingere arrendendosi alle convenzioni imposte dalla società, questo però è un male».

Nel replicare, il nobile de’ Cavalieri assunse un’espressione molto dispiaciuta: «Avere un’inclinazione, propendere fortemente per un’arte, sentirsi particolare… è qualcosa di molto vicino all’amore; la delusione che si annida in un’esistenza è sempre e comunque una rinuncia a se stessi», pontificò lui accennando un sorriso triste. «È un vero peccato sprecare tanto talento, ma per fortuna che Sophonisba è di nobili origini ed è sostenuta dalla famiglia».

Le labbra del maestro si strinsero, formando ancora una linea rigida e dritta.

«Avete ragione mio caro amico, ma… ».

«Quando si è posti dinanzi alla possibilità di potere o sapere fare qualcosa di straordinario, si è anche investiti dal dovere di realizzarla…», continuò Tommaso togliendo la parola a Michelangelo, «…e poi le capacità delle donne vanno sempre incitate, vanno valorizzate e sono solo gli uomini più assennati quelli che possono comprendere bene tali argomentazioni», concluse con un fare provocatorio.

Michelangelo lo guardò di sottecchi, poi domandò: «Chi è stato il suo maestro?»

«Per tre anni ha frequentato la casa di Bernardino Campi traendo ispirazione nell’ambito della ritrattistica, facendo pratica su alcuni disegni del Boccaccino. In seguito si è perfezionata nel manierismo, frequentando lo studio di Bernardino Gatti detto il Sojano».

«Eccellente!» annuì bonariamente Michelangelo.

«Ci sono donne che nascono con un destino segnato: un destino al quale non possono far altro che piegarsi e obbedire fino in fondo; la perdonabile audacia di Sophonisba la porta a eccellere nella pittura».

Michelangelo tacque per un momento, come se stesse soppesando mentalmente quelle parole. «Benissimo, le scriverò una lettera d’elogio» disse alla fine.

«A tal proposito, maestro, vi informo che messère Anguissola chiede di mandargli un vostro disegno affinché sua figlia lo colori a olio, con obbligo di finirlo di propria sua mano».

Michelangelo impietrì all’istante, accomodandosi poi meglio sulla seduta, a braccia conserte, solido come un muro, fece comprendere all’amico il suo disappunto.

«Se proprio non gradite mandargli un vostro disegno, magari potreste pensare a un semplice studio preparatorio» continuò Tommaso con espressione deferente stampata su un viso compassato.

«Non credo sia necessario, la fanciulla è già brava» ribatté il maestro cancellando come per incanto lo stupore, e così pure il lampo vitreo che era passato nei suoi occhi. «Tuttavia, vorrei disegnasse per me un putto dal volto deformato dal pianto».

Il de’ Cavalieri trasse un profondo respiro, dopodiché aggiunse: «Per Sophonisba il vostro giudizio è davvero importante, è un sogno che si realizza e i sogni, si sa, intensificano la nostra esistenza. Ma è una giovane intelligente e sa bene che questi da soli non sono sufficienti, il lavoro concreto che ne consegue deve esserne un’ovvia conseguenza. La fanciulla sicuramente eseguirà quanto da voi richiesto».

Michelangelo, annuendo compiaciuto, tornò nuovamente a fissare il quadro. Altrettanto fece Tommaso. Con una certa levità avvertì i pensieri del maestro e questi gli sembravano positivi.

«Il nome Sophonisba si presta molto bene ad un nome epico: a una divinità», disse il maestro in tono divertito.  «Pensavo a una musa, esattamente alla decima. Sophonisba, la musa della pittura».

Il viso del maestro rifletteva una maliziosa soddisfazione e questo rallegrò Tommaso e lo tranquillizzò sul futuro di Sophonisba.

La gustosa cenetta era stata consumata in armonia, il piatto principale, il Peposo, era stato apprezzato e spazzato via tra i ricordi di un’infanzia trascorsa a Settignano e i primi lavori con il marmo. Una tenerezza mai dimenticata, un abbandono quasi infantile alla nostalgia.

Conclusa la serata, Michelangelo rimase solo nella sua piccola stanza e sentì l’esigenza di ritrovarsi nel silenzio. Come sempre il maestro si era coricato vestito; un’abitudine ormai consolidata negli anni, così come lo era l’indossare abiti di colore nero perché quella tinta gli conferiva una certa dignità austera, quella propria sia dei valori spirituali che morali.

I tanti pensieri gli avevano tolto il sonno e lo avevano costretto ad abbandonare il giaciglio. Decise di sporgersi dalla finestra, osservando le strade deserte: il brulicare frenetico del giorno con il suo estenuante vociare si era spento lasciando spazio ad un silenzio tombale. Di tanto in tanto si sentiva qualche latrato di cane o il verso lamentevole di un uccello, o ancora i passi concitati di un vicino che rincasava.  I suoi pensieri si alternavano nell’ascoltare il silenzio della notte e l’eco della sua solitudine. A quel punto riusciva a udire il vento in fuga, l’odore del buio, denso come quel risucchio vertiginoso dei pensieri che lo faceva sentire ancora più solo.

“La vita è un’opera imperfetta, senza ragione, solo contraddizioni, eccessi e dissonanze; sempre in trasformazione” rifletté tra sé incapace d’addomesticare la malinconia. “Qualunque cosa facciano il tempo e il destino, una minuscola e segreta parte dell’uomo sempre continuerà a sognare”.

Intanto, sotto la volta stellata, una luna piena emanava la sua luce particolare e Michelangelo si ritrovò col pensiero a Sophonisba; quel nome gli ruotava in testa vorticosamente. Il suo pensiero era luce che si irradiava come sfavillanti schegge di stelle, come lame brillanti nel buio di quella notte stranamente incantata.

Con un piccolo e tremulo sospiro chiuse i tendaggi tornando a letto nella speranza di prendere sonno, ma non avvenne.

Nella sua lunga vita, Michelangelo aveva imparato ad addomesticare i propri demoni, a non temere il carico del dolore e a superare le avversità con determinazione, ma rapportarsi con il mondo femminile non gli era stato facile. La discussione con il suo amico Tommaso su Sophonisba, lo aveva toccato nell’anima. Per lui il talento della giovane non era in discussione, lo era solo il suo essere donna. Per il Michelangelo uomo, la bellezza di una donna risiedeva nell’istinto sessuale che provocava, mentre per il Michelangelo pittore, il genere femminile era immenso in ogni sua sfaccettatura.

Aveva delle donne cari ricordi e si portava in cuore un dolore antico: la perdita della madre da bambino e quella più recente della marchesa di Pescara, Vittoria Colonna. Una poetessa con la quale aveva mantenuto per molti anni una stretta corrispondenza epistolare e alla quale fece ricorso proprio in quel momento. Dentro uno scrigno d’avorio, con decorazioni intagliate in argento, Michelangelo ricorse alle preziose lettere conservate sulle confidenze personali e passioni condivise su arte e cultura, quasi fossero pagine preziose di un manoscritto miniato. Le sfogliò con gesti lenti inoltrandosi in un vortice di emozioni; le rilesse minuziosamente e si smarrì in un bizzarro stupore. Ricordò la sua amica, ripensò alla sua amata mamma ritrovandosi a occhi chiusi, il viso adornato da un debole sorriso; in un infinitesimale sospiro di lunga sofferenza sentì una dolce voce dentro di sé che gli diceva: “L’Arte è un nome di genere femminile; l’Arte è creatrice; è madre; è amica; è passione; è vita; è sempre in divenire. Ricordalo sempre”. Si ridestò e pensò a Sophonisba; alla sua forza creativa, al suo essere femmina, alla delicatezza del suo dipinto, alla dirompenza del suo tratto. Riconobbe l’Arte, la creazione, il fluire, la vita, riconobbe… la Donna. Comprese la forza misteriosa che sta dietro ogni donna, la magia del suo essere incarnato in questa terra che ha il grande compito di far comprendere con la sua immensa energia che donna e uomo sono uguali. Sono manifestazioni del Creato e che la vita è un tutt’uno. La vita è creazione, è un lavoro sempre in essere. Non c’è inizio, non c’è fine, non c’è uomo e non c’è donna. C’è Arte.

Finalmente, ringraziando in cuor suo la giovane grande pittrice, riuscì a dormire in quella magica notte stellata.

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